Tuesday, September 27, 2016

Mettere in moto la cre-ATTIVITA’! Concezione e realizzazione di idee nel mondo artistico.


 
Quando la creatività si mette in moto si sa come parte, ma non si sa quale sia il risultato finale che porta a concepire la parola fine ad un’opera.
Spesso non si arriva al risultato finale convinti al cento per cento per poi riprendere e ritornare a parlare con un nuovo linguaggio arricchito oppure, al contrario, si dimentica tutto e si lascia il passato e le ricerche fatte per altre future.
Nel passato artisti come Leonardo o Michelangelo hanno continuato a studiare e apportare modifiche ai loro soggetti cercando sempre di trovare nuovi mezzi tecnici ed espressivi.
Nel momento in cui un creativo si mette in gioco non sarà mai soddisfatto del risultato in maniera completa poiché sempre ci sarà un’idea di partenza che non coincide con la parte conclusiva.
Non si tratta di essere volubili nel concepire le idee e dar poi loro forma, anzi, semplicemente ci si trova a dover fare i conti con l’evoluzione del momento quando si dà struttura a quello che si plasma.
Instabilità logica nell’atto creativo? No! Tutt’altro, mente sempre aperta e pronta ai cambiamenti e a strutturare un progetto che a mano a mano prende forma.
Les demoiselles d’Avignon” di Pablo Picasso è l’esempio di come il prodotto finale sia il risultato di una serie di studi, ripensamenti, modifiche e confronti che trovano poi conclusione solo con l’opera presenta al pubblico nel 1907.
I successivi lavori di Picasso partono poi da qui, quasi fosse un proseguo dell’opera cominciata che darà vita poi al movimento del Cubismo.
La sperimentazione e la ricerca, lo studio e i ripensamenti fanno parte di questa lunga e travagliata catena per arrivare a definire un pensiero.
Il taglio di Lucio Fontana non è un semplice gesto compiuto con una materiale precisione e facilità nell’esecuzione, è la simbologia di tutto quello che il passato ha costruito e che il contemporaneo ha spazzato e fatto.
Una sola spaccatura per segnare un percorso tra quello che c’è stato e quello che avviene, quanto sarò costato in termini emotivi e razionali il pensiero così adotto dall’artista? Secoli! Perché per arrivare a completare il gesto si è dovuti passare per decenni di storia dell’arte, da artisti a movimenti, da lotte e conflitti fino a decretare la “morte dell’arte” per una “rinascita”.
Quindi, in tutti i dibattiti creativi si arriva a pensare e a ridiscutere quello che si realizza, non è una questione di poca sicurezza o incertezza nell’esecuzione, la creatività non è mai paga e mai ferma.
Sembrerà banale, ma fino a che un gesto si tramuta in azione artistica nulla si placa e tantomeno l’animo di chi concretizza l’azione in arte.
Nelle professioni in cui è richiesta la fantasia e la capacità di mettere in moto emozioni e pensieri è sempre necessario mettersi in discussione, mai fermarsi e soprattutto continuare e perseverare nelle intenzioni.
I sogni si trasformano in segni, la materia si plasma in forma e le idee si concretizzano tra colpi di pennello e nuovi materiali.
È l’atto creativo che lascia lo spazio alle cose e si insinua poi, attraverso gli occhi, nei pensieri costanti di chi vede, è innegabile che la visione di un’opera d’arte susciti un’emozione allo stato puro così come è evidente che il gesto creativo non sia mai univoco e a tutti possa piacere.
Ripensamenti, errori, correzioni, momenti in cui il “gesto creativo” diventa crisi, bocconi amari, cancellazioni e ritrovamenti, tutto concerne e converte verso quell’unico atto dato dalla creazione e dalla voglia di lasciare un’azione nel flusso del tempo.
Arte è amarezza, è sofferenza, è tormento prima che esplosione di pura gioia, è voler vedere il proprio sforzo appagato e riconosciuto, anche se fosse solo un gesto, un taglio che squarcia il tempo o una tela.
Arte è tutto ciò, per questo motivo l’uomo ne ha bisogno.
Massimiliano Sabbion
 

Friday, September 23, 2016

Perché raccontare l’arte. “Dietrologia” di un processo creativo.


 
Perché.
Perché raccontare.
Perché raccontare l’arte.
Potrebbe essere questo il titolo di una lunga discussione sull’arte e sugli artisti, sulle cose da dire e fare, sul sapere e sul creare, sul perché abbiamo così bisogno di spazio e soprattutto tempo per mettere in moto il cervello e gli occhi per riuscire a vedere e godere delle forme che si propongono, una dopo l’altra, curiosi di verificar e di vedere cosa succede poi, quasi come una partita a carte di Memory, per vedere quale figura successiva si accavalla nella testa associandola ad un’altra o alla sua gemella.
La curiosità ci spinge a vedere oltre, guardare nello spazio e nella mente di chi si trova a seguire la spinta emozionale di ciò che si vuole vedere.
Perché.
Perché raccontare.
Perché raccontare l’arte.
Perché è un bisogno ed è una realtà effettiva conoscere e raccontare: voglio vedere cosa si nasconde dietro la porta chiusa a chiave.
Siamo tutti novelli curiosi eredi delle mogli di Barbablù che non temono le paure e le conseguenze e vogliono squarciare il velo, togliere le bende, tagliare le tele, vedere oltre la dimensione conosciuta.
Il backstage, il dietro le quinte, il retroscena, qualunque nome gli si dia non manca la curiosità per capire cosa si cela al di là del visibile.
Alice non si accontenta di restare nella stanza, vuole vedere dietro la porta cosa c’è, desiderosa di intraprende un viaggio nel vero regno delle Meraviglie, poiché lo stupore non sta nel vedere ciò che tutti vedono ma nello scrutare quello che gli altri non sanno, quello che gli altri non percepiscono affatto.
La morbosa voglia di capire e di vedere come si incastrano i pezzi, quali siano le fatiche che prendono il sopravvento tra le cose da organizzare, fare, dire, lettera e testamento…perché è un gioco al massacro: io che vedo tu che fai, tu che crei e io che sbircio.
Perché.
Perché raccontare.
Perché raccontare l’arte.
Se ne ha bisogno, si discute del bisogno, col bisogno e abbisogno, di che cosa? Di fare e di dire che oggi le cose non sono quelle che sono, ma non sono neppure quelle che sembrano.
Complicato e astruso il pensiero, ma che c’è di più bello di un capolavoro finito? Lo so! Più bello ancora c’è il dietro le quinte che svela il momento dell’atto creativo.
Quella telecamera nascosta tra i muri che tutto cattura, quegli appunti su un diario che si inseguono tra disegni e scarabocchi, quei fermo immagine fissati con gli spilli sul muro, gli storyboard, planning sul percorso,  le riunioni,  le foto ricordo, le figure mentali che si accavallano… tutto questo è il “fare arte” per ottenere un solo risultato: l’opera.
Quindi, quando qualsiasi cosa si presenta agli occhi di uno spettatore, poiché si è prima spettatori che creatori, si assapora il percorso compiuto di chi lo ha prodotto: tecnica, cultura, passione, fatica, ripensamenti, comparazioni, dubbi…
Non importa che tu sia cuoco, pasticciere, carpentiere, architetto, scrittore, artista, pittore, scultore, clown, attore, cantante… qualunque sia il tuo generoso contributo dato, anche se le professioni cambiano, il risultato resta.
Bello scoprire le carte, bello vedere la “dietrologia” delle cose e delle situazioni ed ecco perché il fascino del “cosa c’è dietro questa tenda?” non si sopisce facilmente.
Pandora aprì curiosa il vaso, lasciò al suo interno la speranza, già, perché si spera sempre in un riscontro e in un mondo che apprezzi gli sforzi: speriamo che tutto ciò arricchisca e aggradi chi da spettatore passa poi ad essere il consumatore della pubblica cosa creata.
Perché?
Perché in arte?
Per raccontare.
Per raccontare, ora, l’arte.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, September 20, 2016

Il tempo passato dell’estate perduta. Creatività a fine stagione


 
La fine di una stagione corrisponde sempre con l’inizio di un nuovo periodo, chissà perché l’avvio di un ciclo stagionale arriva poi a decretare un passaggio epocale tra quello che si è vissuto prima e quello che si vive dopo.
Solitamente, per molti, la fine dell’estate coincide con l’inizio di un anno lavorativo nuovo e, vissuto da molti, in una ciclicità che ben si sposa con la vita degli studenti che vivono ogni volta una fase di cambiamento: si cominciano scuole diverse, si incontrano persone differenti, compagni di classe, insegnanti, materie e si attua una crescita e una ricerca che si spalanca alle novità e ai nuovi propositi.
Dopo l’estate si falsano tanti giuramenti: ci si ripromette di mantenere l’abbronzatura, di perdere i chili in eccesso, di ricominciare una vita diversa, di porre le basi per un lungo periodo invernale che sarà compagno di pensieri e conoscenze.
Il vero cambiamento, emotivo e non solo, sta nel mutamento che si sussegue: ci si aspetta sempre qualcosa di buono quando si parte con buone idee e trasformazioni.
Un po’ la fine dell’estate tende alla malinconia, si passa ad un salto umorale che perviene dalle giornate piene di sole e aria che hanno ricaricato le energie e le aspettative, ad una concezione angosciosa di quello che verrà.
Comprensibile la paura, evidente i timori di guardare avanti… si stava cosi bene in riva al mare o a camminare in mezzo alla natura tra le montagne, tante cose che non ritorneranno più ora come assaporare un gelato nella frescura della sera, leggere un libro con le finestre aperte, passare le serate tra le stelle con gli amici e una fetta d’anguria… già, bello vero? E poi? Cosa sarà quando l’estate chiuderà le sue porte? Quando le giornate si accorceranno e incupiranno?
Nulla! Si prosegue senza melanconia, ma con la consapevolezza di non abbandonarsi a incertezze e ansie per il futuro, semplicemente si va, si va avanti…
Questo capita nella quotidianità a tutti noi, ecco perché ognuno “sente” la fine in maniera diversa, chi con un atteggiamento tragico, chi invece in modo spensierato e scanzonato, chi invece rimanendo impassibile e indifferente, ognuno reagisce in maniera diversa.
Nell’arte e in generale chi si trova ad effettuare lavori creativi, questa “fine” è molto spesso recepita come la conclusione di un atteggiamento creativo passato a favore di nuove sperimentazioni, si vivono stagioni e ciclicità molto frequentemente.
Serie, stili, sperimentazioni, si rivedono nelle opere di molti artisti, si pensi, ad esempio, a Pablo Picasso che è passato dal Periodo Blu al Periodo Rosa, prima di approdare al Cubismo e cambiare così la storia; oppure a Marcel Duchamp che smise di dipingere per trovare un mondo ludico di oggetti ready-made.
Così avviene per tutti quei creativi che sentono poi esaurito un percorso, è una fine dell’estate creativa che lascia il posto ad una nuova stagione, un inverno che sboccerà poi nella primavera e in una nuova estate, diversa da quella precedente dove, conclusa la stagione, l’uomo e il l’artista continuano e perseguono una nuova strada.
Molteplici sono gli artisti che desiderano seguitare e sperimentare, non adagiandosi nella culla dorata che li ha portati alla fama, ecco allora eccellenti pittori trasformarsi in scultori per esigere e capire la materia, come capitò a Edgard Degas e Pierre-Auguste Renoir a cui la sola pittura per “cogliere l’attimo” non bastò più; autori di videoarte che sentono arrivato il momento di produrre una storia non solo per mezzo di frame o immagini, ma attraverso cortometraggi o lungometraggi rivolti al grande pubblico e non solo agli addetti del settore come nei casi di Michel Gondry e Shirin Neshat.
L’elenco è lungo, come lunga e prolifica è la fantasia, ciò che rimane è forse un po’ la nostalgia delle cose passate, come nel ricordo di calde serate estive, illuminate dalle risate di amici e lucciole a rischiarare la notte: un sapore lontano non è mai certo un rammarico, si va, si prosegue e si crea, si crea oltre.
Passano le stagioni, si susseguono le mode, gli artisti e le ricerche approntate decadono e seguitano, si denota quello che è stato e si parte verso un nuovo tempo, una nuova fase.
E ora? È tempo di saluti, ciao estate, benvenuto autunno…

Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, September 14, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE VII)


 
Non servono le parole, basta questa stretta di mano e l’incontro di sguardi per definire quello che silenti equilibri hanno creato tra un riacquistato gioco di armonia che si fonde nelle cose ritrovate, uno sguardo puro fatto di altrettante forme pure: sfere, cubi, colonne e catene di strutture.
È nelle fenditure di chiaroscuri e luci si giocano le emozioni con un dinamismo che si crea nello spazio.
Park Eun Sun si allontana piano piano da me lasciandomi solo con la sua scultura in cui mi perdo a pensare che ancora una volta l’arte è “colpevole” di impressioni che si fissano con i materiali e si imprimono poi nello spirito.
Ecco, intuisco solo ora che Guido, così come è arrivato, è scomparso di nuovo e ora in galleria si è fatto silenzio, non sento più nessuna voce e vedo solo la mia poltrona sulla quale ero accomodato precedentemente occupata ora da un signore: ha un accenno di barba che gli incornicia il volto, avrà circa cinquant’anni e il suo sguardo è gentile.
È seduto in fondo alla saletta da cui il mio viaggio è cominciato, elegante nel suo vestito fuori tempo con le scarpe nere e una giacca grigio topo sembra essersi divertito nello scrutarmi.
Tamburella le dita della mano destra sul bracciolo della poltrona in maniera ritmica e cadenzata, segue un percorso musicale tutto suo, forse si tratta di qualcuno che la musica la sente anche quando non ha gli strumenti per esprimerla.
Ha gli occhi malinconici, da bambino e mi guarda, quasi con tenerezza, dicendo solo poche parole mentre si alza per lasciarmi il posto: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è” e in quel momento riconosco in lui l’uomo e l’artista, è Paul Klee, un pittore importante come esponente dell’Astrattismo, che ha sempre visto l’arte come riproduzione della realtà che ci circonda, fatta di visibile e di emozioni e non una mera riproduzione.
Lui, un artista che riduce l’arte a semplice linee e campiture di colore crea una realtà rarefatta in questo momento si è a me rivolto e io, attonito, faccio suo il pensiero su che cosa sia l’arte.
Ha colpito il centro di questo bersaglio: : “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, non tutto è ciò che appare e l’arte lo dimostra.
Mentre se ne va verso l’uscita, mette in testa un cappello, prende un bastone da passeggio e si avvia verso le porte scorrevoli, vorrei fermarlo, parlargli, dire qualcosa ma so che romperei questo momento così bello e mi accontento di seguire il suo percorso con lo sguardo, esce, la porta in maniera fluente scivola e si richiude alle sue spalle, si sistema la giacca e guarda un po’ a destra e un po’ a sinistra, quasi indeciso su quale direzione prendere, alla fine opta per svoltare a destra attraversando così tutta la vetrina della galleria e getta uno sguardo dentro, quasi rassicurandosi che io sia lì ad osservare i suoi movimenti.
Con un largo sorrise si alza il cappello e fa un cenno di inchino e di riverenza, io rimango lì inebetito, con un sorriso abbozzato e con la mano destra a mezz’aria in una parvenza di risposta di saluto, poi scompare dopo la vetrina, non lo vedo più, il muro e la strada se lo sono portati via.
Ora sono davvero molto stanco.
Mi avvicino alla poltrona che pochi attimi prima era occupata da lui, da Paul Klee e mi siedo, è ancora calda, il calore del suo corpo è rimasto come impronta sulla seduta ed esausto non so che pensare.
Chiudo gli occhi, solo un attimo, fuori fa caldo in questa estate cosi afosa, non mi va di pensare all’umidità circostante, ho solo voglia di capire come mai tutti questi artisti sono passati di qui, quale senso hanno dato alla loro vita, quale supporto hanno trovato in questo mondo, in questi posti e in questa galleria.
Galleria dove ci sono artisti nuovi, nomi del passato, dove si fa la storia dell’arte contemporanea pezzetto per pezzetto, passo dopo passo…
Ho visto pitture, sculture, materiali e forme diverse, colori che si rincorrono e nomi che sono passati oggi nella mia mente: Giuseppe Inglese, Tony Gallo, David Begbie, Silvia Papas, Cesare Berlingeri, Raffaele Rossi, Angelo Bordiga, Michael Talbot, Corrado Marchese, Diego Diaz, Beatrice Gallori, Nicola Villa, Rogerio Timoteo, Josepha Gasch-Muche, Campagnolo&Biondo, Dominique Rayou,  Matthias Verginer, Francesco De Prezzo, Severino Del Bono, Park Eun Sun
E poi Jean-Michel Basquiat, René Magritte, Max Ernst e poi per ultimo Paul Klee.
Chissà Guido dove è finito, a me la voglia di crema al caffè è rimasta e anche di una sfogliatina alle mele, ma fa caldo fuori, non lo so se uscire da qui. Non lo so se (“Maxi!”) sia il caso di ripensare a tutta questa giornata, (“Maxi! Ci sei?”)  c’è stato il mare, (“Oh! Sei vivo?”) il corridoio lungo, (“Ahahah ha aspettato troppo e si è addormentato…beh deve aver fatto una bella dormita”) gli incontri, (“Ha borbottato crema al caffè, quasi quasi che dici usciamo appena si sveglia?”) il buio e la luce, (“Devo chiamare anche a Pietrasanta per sapere se le opere sono arrivate”) l’aria che si è fatta ricca di cose e nei viaggi gli incontri si fanno sempre poi sta noi continuare a rapportarsi con la gente che si incrocia lungo le strade…
Maxi!” apro gli occhi e mi ritrovo la faccia sorridente di Cinzia e il sorriso di Alice, ma…che succede? Ho dormito? Mi sono addormentato? Volete dire che mi sono appisolato tutto questo tempo? E allora gli artisti? E il mare che c’era in fondo la sala? Paul Klee? Dov’è Paul Klee?
Un sogno… forse solo un sogno in questa calda giornata estiva.
Trovo la faccia di Cinzia divertita da questo mio risveglio improvviso e dalle mille domande che subito le ho rivolto addosso.
Forse appunto solo un sogno, ma allora… Guido può confermare tutto, Guido!
Già, dov’è Guido? “Maxi…forse hai davvero dormito troppo o hai sbattuto la testa. Qui non c’è nessun Guido!” mi ripete Cinzia per l’ennesima volta alla mia richiesta.
Ok. Ho sognato.
Mi alzo dalla poltrona e come prima cosa Cinzia esordisce dicendo: “Ora una buona crema al caffè ci sta vero?” ma io non riesco a risponderle, ho visto una foto di un retro di copertina di un grosso catalogo di una mostra in uno degli scaffali della libreria: eccolo, è lui Guido!
È quello lì, quel ragazzo che indossa jeans e scarpe da ginnastica e ha degli occhiali buffi addosso!
Maxi…quello è Keith Haring! Qualche anno fa la galleria gli ha dedicato una grande mostra, quello è il catalogo che è stato fatto” mi risponde prontamente Cinzia e la vedo quasi trattenere una allietata risata, io invece sono sicuro che Guido è stato la mia guida e scopro così con un flash improvviso a schiarirmi le idee che… Keith, in inglese, è l’equivalente del nome proprio in italiano Guido!
Forse quei suoi strani discorsi su Madonna, il rap, Grace Jones, i suoi gusti un po’ retro e il suo abbigliamento fuori moda dovevano farmi intuire qualcosa…
Forse la mente ha giocato un brutto scherzo ripescando vecchi ricordi e mi ha condotto tra corridoi e percorsi vissuti in tanti anni, sfogliando libri, visitando mostre e gallerie, discutendo.
Forse per oggi è meglio chiudere la giornata così, ma non posso fare a meno di notare uscendo insieme a Cinzia per andare al bar che la farfalla della scultura vista all’inizio non c’è più e mi rimane nella mente che il grosso catalogo che ho preso dallo scaffale e che ho sfogliato si è aperto casualmente poi su una pagina dove Keith Haring posa davanti ad una sua opera ricca di omini, linee e segni e di scritte su cui una fra tutte campeggia: “Hello Maxi!”.
Quindi tutto un sogno, davvero? Sicuro?
Non lo so. Con certezza rimane solo quello che è stato: un viaggio fra le pagine della storia, della cultura e degli artisti e tutto si riconduce a ad una consapevolezza, “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. 

Se l’ombre nostre v’han dato offesa
voi fate conto v’abbian colto queste visioni
così a sorpresa mentre eravate in preda al sonno.
In lieve sonno sopiti ed era ogni visione vaga chimera.
Non ci dovete rimproverare
se vana e sciocca sembrò la storia,
ne andrà dissolta ogni memoria,
come di nebbia se il sole appare.
Se ci accordate vostra clemenza, gentile pubblico,
faremo ammenda.
E com’è vero che io son folletto
onesto e semplice, sincero e schietto,
se pur ho colpe non mai ho avuto
lingua di serpe falsa e forcuta.
Pago l’ammenda senza ritardo,
o mi direte che son bugiardo.
Ora vi auguro sogni felici,
se sia ben vero che siam amici,
e ad un applauso tutti vi esorto
poiché ho promesso
che ad ogni torto a voi usato per insipienza,
gentile pubblico, faremo ammenda
.”

(“Sogno di una notte di mezza estate”  
monologo finale di Puck
William Shakespeare)

FINE
 
Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, September 7, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE VI)


 
Poso gli occhi verso un piccolo spazio aperto e confortevole, è un salottino dove posso sedermi e riposare dopo tanto camminare, troppe cose e troppi artisti visti, forse si raggiunge la saturazione e si ha solo voglia di fermarsi senza aggiungere altre considerazioni, ma lasciarsi andare alla curiosità che scatta quando ci si trova davanti ad un’opera d’arte dove ognuno mette in scena quello che sente e prova.
Non è necessario forse esternare sempre quello che l’anima sente? Non è forse vero che con il silenzio spesso ci si ritrova in un mondo fatto di caos e confusione?
Sarà per questo che si attua un passaggio di testimone tra vecchie e nuove generazioni e si conduce, quasi vi fosse un filo invisibile che lega e trasporta, la voglia di poter lasciare un segno nella vita dell’uomo.
Le immagini che passano in memoria mescolano antico e presente e lasciano posto all’immaginazione: che cosa sarà il futuro, che cosa sarà di noi? Del nostro operato? Delle nostre parole e dell’arte di cui ora si discute?
La felicità si costruisce ogni giorno, anche per mezzo dell’arte, sarebbe più semplice comportarsi come i bambini curiosi davanti ai regali di Natale che li scartano con frenesia, lasciando che l’attesa si trasformi in realtà.
Un po’ come accade nelle opere nascoste e impacchettate di Christo e Jean-Claude che svelano la curiosità per un oggetto o un’immagine modificando la visione anche se in maniera provvisoria.
Un artista storico spesso è metro di confronto e giudizio con un giovane che muove le sue sensazioni nello spazio svelando piccole opere che sono installazioni, è questo il passaggio di consegne che rivedo nelle composizioni performanti di Francesco de Prezzo in cui l’immagine si cancella e annulla per riuscire a percepire l’idea di una lettura tra presenza e assenza del soggetto stesso.
Avviene la stessa cosa quando ci manca una persona che non si può più rivedere, si immagina chi non c’è più e si arriva ad avvertirne la presenza solo attraverso un velo sottile che si staglia tra memoria e visione.
Il giovane artista cui citato è il figlio di una generazione nuova, che sente il debito con il passato da parte di padri putativi che li hanno condotti a sperimentare e mettersi a confronto con un corpo e una presenza che si manifesta tra Body Art e “fare artistico”.
Ecco che il fascino di una performance, che vedo ora proiettata in un video mentre me ne sto comodamente seduto in questa poltrona, appare come la nascita di una consapevole presa di coscienza di che cosa il corpo può significare per i giovani contemporanei, ivi compreso Francesco de Prezzo che si mostra come memore dell’insegnamento di tanti artisti su cui aleggia l’aurea di personalità come Marina Abramovic, Vito Acconci, Gina Pane, Hermann Nitsch, Matthew Barney, Luigi Ontani, Cindy Sherman, Bruce Nauman
Un passaggio che piano piano riporta il sottoscritto e Guido ad ammirare l’ironia di due scultori figli d’arte Christian e Matthias Verginer, figli gemelli di Willy Verginer, dove uomo e animale si incontrano, quasi l’uno all’insaputa dell’altro. Humor e creatività per celebrare la buffa rappresentazione dell’ambiguità surreale nella quale i due mondi convivono: quello del regno della fantasia e quello della realtà.
Gemelli, che conducono per mano a visitare il loro mondo di sogno dove tutto può succedere, dove tutto può arrivare ad accadere e non mi spaventa vedere come le sculture in legno sembrano davvero esistere e respirare di propria iniziativa, in fin dei conti lo aveva già fatto un burattino di nome Pinocchio che ha preso vita da un semplice pezzo di legno!
Quindi se ora i miei occhi si sgranano per capire se quella piccola figura si è mossa o meno ormai ha poca importanza, ciò che ci prende per magia va reso al pubblico con la stessa magia e nulla spaventa, tutto si accosta e si aggrada per far capitolare il mio cammino verso un’ultima stanza…
Hai paura di ciò che la tua mente ha visto? Temi quello che i tuoi occhi hanno pensato?” esordisce quasi all’improvviso Guido sistemandosi l’orlo dei jeans fuori posto, sembra quasi abbia letto le mie espressioni facciali traducendole poi in parole.
No. Non ho paura di cosa si può aver visto e sentito… In fondo penso sia quello che volevo vedere e sentire. Non conosco un altro mondo in cui io possa nuotare cosi liberamente come l’arte. Mi sento a casa, mi sento meno solo e so che la storia si ripeterà perché ci saranno ancora artisti, ancora pittori, scultori, musicisti, scrittori, ballerini, attori e personalità che sapranno esprime quello in realtà resterà come segno del tempo, rimarrà un’opera d’arte.
Forse entrare in questo spazio senza durata oggi, tra follia e sogno, mi fa capire che non serve andar lontano con gli occhi se non ti sposti con l’anima.”
Lui ha ascoltato abbassando la testa e giocando con le dita delle mani come fanno i bambini e mi risponde: “Certo Maxi, ma nella vita puoi andare lontano, vedere posti e luoghi nuovi…”
Guido, ne sono certo! Ma se non sai chi sei e cosa sei sposti solo te stesso da un posto all’altro.”
Poi alza la testa e mi guarda, guarda me forse o un punto infinito ed esclama: “Già…e tu chi sei?
Questa domanda un po’ mi spiazza, difficile dare sempre una risposta certa…  
Ben presto mi accorgo che non è rivolta a me la domanda ma ad una ragazza seguita da una piccola schiere di donne che avanzano lente, fiere e silenziose, camminano dritte guardando avanti senza quasi accorgersi di noi e noto che hanno gli occhi chiusi, sono bendati dagli oggetti più strani: lamette da barba, corde, un metro da sarta, una banana…
Ricordando il catalogo visto all’inizio di questo viaggio e riconosco le modelle delle opere di Severino del Bono, tra Iperrealismo e Surrealismo, l’artista rappresenta volti femminili sormontati da forme singolarmente ironiche che ne chiudono gli occhi.
Un’arte figurativa che esiste e si fa spazio in questo mondo fatto di app, social network, chat dove le immagini si divulgano tramite video e istantanee e dove un’arte figurativa ha poco senso di esistere a favore di un “tutto e subito” come viene percepito.
Ma le modelle passano, proseguono bendate il loro cammino, tanto nessuno le ferma, resteranno nella memoria magari risvegliate in futuro quando si appannerà la visione di opere concettuali a favore di un’arte riconoscibile e di mimesi, dove gli occhi diventano strumento che trapassa l’anima per rivelare uno spazio interiore.
L’arte è così, chiede a chi la osserva di soffermarsi e invadere quel silenzio che si interpone tra il soggetto dell’opera e chi la guarda.
Guido è rimasto quasi impaurito da questo corteo quieto e raccolto, forse pensa, ma non esterna mai quello che dice, si limita ogni tanto ad accennare nel vuoto alcuni segni, quasi fosse un pittore del silenzio ma è forse il suo incontenibile modo di esprimersi visto che è un ragazzo che gesticola tantissimo!
Con questa visione ci si alza e ci si avvicina nuovamente al punto di partenza del nostro incontro, rivedo la reception all’entrata con le porte automatiche scorrevoli, scorgo l’ufficio di Roberto che è sempre sommerso tra carte e burocrazia ma capace di interrompere tutto per scoppiare con una risata potente e contagiosa quando lo incontri, sento la voce di Alice al telefono che si interrompe ogni tanto per coordinare tutti e scrivere al pc, ritrovo anche la mia poltrona dove mi sono trovato all’inizio seduto in attesa di Cinzia.
Noto con un sorriso la scultura di Giuseppe Inglese con la farfalla al suo posto, forse ho solo sognato per tutto questo tempo e conduco la fine di questo itinerario notando un monolite che si stagli nel centro della galleria che attira la mia attenzione, seduto a terra un signore coreano che osserva la scultura e mi avvicino insieme al mio strambo cicerone tra curiosità e fascinazione, Guido mi prende un braccio e mi sussurra: “Quello è l’autore dell’opera che stai osservando…Park Eun Sun!”
Sentendo i nostri passi lo scultore si gira verso di noi e scatta in piedi porgendomi la mano: “Buongiorno! Molto lieto, il mio nome è Park Eun Sun”, rispondo con la stessa vigorosa stretta e il nostro incontro, tra la mano dell’artista e quello dello scrittore, fa scattare una quasi simultanea trasmissione di energia buona.
 
FINE PARTE VI
 
Massimiliano Sabbion
 


 

Wednesday, August 31, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE V)


 
Qualcosa mi ha punto, dietro la schiena, in maniera leggera, quasi come una carezza un po’ troppo forte… non è un insetto che mi ha fatto male né qualcuno che si è divertito a ferirmi, è una “cosa”, un oggetto di cui mi accorgo solo ora. Un manufatto, misterioso e grande che ora vedo direttamente e in maniera distinta.
Nel frattempo sono raggiunto da Guido che preoccupato esclama: “Come stai? Ho cercato di dirti in tutti i modi e farti segno di stare attento, ma eri come in una specie di trance e camminavi indietreggiando dando le spalle al muro e non ti sei accorto della scultura di Josepha Gasch-Muche! Ehi…mi rispondi? Che hai? Stai male?” io rimango un poco imbambolato perché non riesco a capire cosa sta succedendo.
Sono venuto in galleria per parlare con Cinzia e mi scopro dentro questo mondo strano, ma sto impazzendo o mi ritrovo forse nel bel mezzo di un sogno?
Davanti a me si staglia una forma, si solidifica un’idea che appare fatta di frammenti di luce, con trasparenze che incantano, tagliano e si insinuano nell’anima.
Mi rendo perfettamente conto di quello che sto osservando: è la ricerca della perfezione che passa attraverso schegge di vetro e ritagli in un mondo astratto.
Nulla di più bello che ammirarne la lucentezza e i giochi tra le ombre e le luci che si proiettano e solo in questo momento mi rivolgo a Guido e, senza guardarlo ma rimanendo incantato nella visione di questa strana scultura, esclamo: “Guido…io ho fame. Mangerei una crema al caffè e una sfogliatina alle mele…”, ovviamente in tutto questo marasma mi pare giusto esternare il fatto che io ho fame no?
Guido sentendo finalmente la mia voce sembra più tranquillo e mi risponde con un tono pronto a scoppiare dalle risate:
Beh…se vuoi appena usciamo da qui ti porto al bar così puoi prendere quello che vuoi.”
Davvero?
Si. Certo! Poi lo diciamo anche ai ragazzi che cosi staccano un poco: Maurizio, Luigi, Antimo, Luca, sempre se ti fa piacere e se ti va… poi appena tornano Ale e Roger ci facciamo dare uno strappo con il furgone e? Ma cerca di resistere!
Resistere? A cosa? Alla fame o al giro in questo…posto?
Guido un poco imbarazzato e divertito mi guarda sornione e risponde: “Un po’ e un po’, resisti. Questo è importante!” va beh… ho smesso di farmi domande, ma proseguo scortato dal mio accompagnatore che ha qualcosa di familiare, mi sembra di conoscerlo e di aver già visto, magari in maniera distratta, la sua faccia da qualche parte, la mente non mi trae sempre in inganno e lui l’ho già visto, ma forse sono solo sensazioni.
Io ho fame, ma resisto! Passiamo il corridoio chiacchierando un po’ di artisti, cantanti e attori, i gusti di Guido mi sembrano un po’ antiquati: è affascinato dall’energia esplosiva di Andy Warhol, ascolta molta musica rap e Madonna, gli piace scarabocchiare nel tempo libero e ha una vera passione per Grace Jones che considera, parole sue, “Un magnifico corpo di pantera”, insomma non proprio attualissimo come gusti, ma il suo fare buffo mi piace e fa compagnia e… a proposito questo corridoio è talmente lungo che mi pare di aver attraversato mezza città senza notare molto la strada fatta: noto pareti piene di quadri e sculture lungo il passaggio, ci sono luci artificiali intervallate da finestre, insomma pare che dopo questo prolungato cammino il viaggio sia ancora lungo prima di arrivare all’uscita!
Mi fermo ad osservare una scultura, è sospesa in bilico, raffigura un uomo che poggia su un piedistallo, una posa ardita e quasi drammatica in cui si flettono muscoli e tensioni, ma conserva in sé qualcosa di decadente e romantico.
Le linee sono semplici e libere e la purezza con cui è composto dà forma all’arte: qui le emozioni si esteriorizzano e trasformano in una sorta di monologo solitario e interiore, mi accorgo che il volto non esiste ed è sostituito invece da un unico blocco, un parallelepipedo pulito e liscio.
Questo assemblaggio di figure e forme diventano esempi visionari di come un artista possa portare in vita altri linguaggi, comprendo dopo un poco di non essere l’unico a guardare l’opera di Rogerio Timoteo, vicino a me sulla sinistra un signore silenzioso osserva la scultura e mi lancia un sorriso, il suo è un invito a commentare insieme quello che si vede e si avvicina porgendomi la mano: “Piacere io sono Max” e ricambio il sorriso e la stretta di mano divertito: “Piacere, io invece sono Maxi!” e ci si ritrova stupiti a sorridere di questa strana coincidenza.
Maxi, che cosa l’ha colpita di questa scultura?” mi chiede così a bruciapelo mantenendo una certa aplomb nel porsi al sottoscritto.
Beh…direi che prima di tutto è una delle poche sculture che non si muove, si sposta o balla!” rispondo quasi rallegrato ma timoroso con la coda dell’occhio controllo che in effetti la scultura non si muova, sposti o balli…
Ma ciò che è non è ciò che sembra non trova?” mi risponde sorridendo ma divertito.
Forse si” ribatto “Ciò che appare spesso è solo un gioco mentale, ma tutto è possibile, immaginabile e tutto si può. Le rappresentazioni che poi appaiono si beano alla vista. Max Ernst diceva che “Puoi bere le immagini con i tuoi occhi”…
Certo” risponde serafico e pensieroso il mio vicino “Lo so. L’ho detta tempo fa questa cosa. Mi fa piacere essere stato citato, poiché la surrealtà a volte è più bella della realtà, è d’accordo Maxi?
Rimango attonito a bocca aperta. Io sto citando Max Ernst a Max Ernst! Ho davvero le traveggole e fame se riesco a dar vita e voce ad un autore, tra i padri del Surrealismo, qui, in piedi vicino a me.
Vi stupite? Io no. Non più…
Non so come ma mi ritrovo in seguito a parlare di Surrealismo, di mondi onirici e di realtà che si allontano dal quotidiano per approdare in universi fatti di magia e creatività. Max Ernst insieme a me prosegue il cammino con un silenzioso Guido che ci precede ed ogni tanto si volta compiaciuto e mi guarda.
Parlare di arte, della contemporaneità che si fa gioco e curiosità quando si compone diventa motivo di scambio di battute e di ironia con il maestro del frottage.
Ogni volta che un bambino poggia una moneta sotto il foglio e poi con la matita gratta la superficie per far uscire il disegno della moneta compie un gesto artistico e un atto di mimesi della realtà. Fino a che i bambini sapranno giocare l’arte ne trarrà beneficio.”
Ha proprio pienamente ragione lui, l’arte non avrà mai fine fino a che ci sarà qualcuno che avrà la mente e la capacità di creare e far si che un segno, una forma, un colore possa diventare un’opera, un’opera d’arte.
Il corridoio prosegue nel suo viaggio interminabile ai nostri occhi e noi con lui, ma consapevoli che prima o poi si arriverà alla fine del percorso.
La nostra attenzione è attirata da un uomo di spalle, elegantissimo nel suo completo con giacca blu e bombetta in testa, un’eleganza pacata e dal sapore antico. Sembra non accorgersi della nostra presenza e, con le braccia dietro la schiena, si alza ogni tanto sulle punte dei piedi, quasi come fosse un bambino capriccioso al quale è stato imposto di non muoversi da lì, ma almeno sul posto si sposta lo stesso e come può.
Sta osservando una piccola scultura che rappresenta un torsolo di pera mangiato ai lati che si confonde con una schiena e un sedere femminile. Il distinto Signore in Blu appena ci si avvicina è tutto felice di vederci, sembra quasi attendesse il nostro arrivo.
Come un bambino a cui finalmente si dà il permesso di potersi muovere, si scioglie e sembra quasi sollevato.
Lo vedo in volto, un simpatico signore di mezza età dagli occhi vispi e dall’espressione felice: “Max! Finalmente!” non capisco se si rivolga a me o a Max Ernst, forse a lui anche se guarda me voglioso di esplodere in un fiume di parole!
Ecco, vedi caro Max! Davanti a questa scultura di Dominique Rayou, non posso che completare l’idea della visione sull’arte che mi appartiene. Perché caro Max? Te lo spiego subito!
Perché l’arte è ironia, è curiosità, è surrealismo visivo. E qui, caro Max, un’immagine vale mille parole: quando l’opera si fonde tra sogno e realtà, non importano più i suoni, che sono assenti, ma solo le visioni. Parola mia! Fidatevi o non mi chiamo più René Magritte!
Bel colpo! Uno dei surrealisti più famosi e importanti della storia sta continuando a dire “Caro Max!” e spero davvero che sia rivolto a me: caro René, sono d’accordo, nell’arte come nella vita non si va da nessuna parte senza ironia e senza curiosità.
Sono troppo basito per poter farmi (e fare) la domanda se si rivolga a me o all’altro Max, ma che importa? Max o Maxi in questo momento ciò che conta è…allacciarmi la scarpa di sinistra prima di capitombolare addosso a qualcosa o a qualcuno, non che conti se sbatto la testa non è importante, tanto, peggio di così non può essere no? Ho già le visioni, figuriamoci con un colpo in zucca!
Il tempo di allacciarmi le scarpe e di fare qualche passo a testa bassa che mi ritrovo nuovamente da solo, sembra un vizio ormai, sono spariti tutti…peccato avrei continuato a parlare con Max e René, spero solo che Guido torni a farsi vivo, sembra un bravo ragazzo ma ha il vizio di perdermi…credo.
Mi ritrovo ora in un ambiente magnifico, ricco d’oro e materiali che hanno un sapore prezioso, riesco a scorgere una piccola didascalia in questa stanza e leggo che l’opera che mi si presenta è di Campagnolo & Biondo: è una strana struttura ricca di indiscutibile fascino, tra arazzo e scultura, tra citazione antica e modernità tecnica.
La lingua dell'arte si esprime in queste opere attraverso un gioco fatto di materiali ed emozioni, un tassello vicino ad un altro, un mosaico moderno che mi fa pensare ai giorni che tutti insieme associati formano la vita e così lo sono questi tasselli che, vicini gli uni agli altri, compongono l’opera.
Fascino, charme, bellezza, mi perdo in queste opere e in questo sfavillio dorato che porta i segni di qualcosa di sacro e iconico e quando mi avvicino a vedere la riproduzione della Mona Lisa ad opera dei due artisti una voce vicino mi richiama alla realtà: “Ehi che ne dici se si prosegue? Oppure vuoi rimanere in questa stanza in compagnia degli artisti che, se non te ne sei accorto, ti osservano divertiti da un po’.”
Naturalmente è Guido che, comparso con la sua aria buffa sistemandosi gli occhiali, chiede con lo sguardo un mio assenso, mi accorgo in effetti seduti in due poltrone distinte, ci sono gli artisti Campagnolo & Biondo che mi salutano con un cenno, chissà che avranno pensato di me.
Maxi? Allora? Che si fa?
Uff… sto Guido sparisce e poi riappare e mi mette pure fretta! Arrivo arrivo, calma e? E vedo la luce in fondo al tunnel…del corridoio intendo…

FINE V PARTE
Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, August 24, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE IV)


 
Buio, nessun suono.
La galleria ha spento le luci e la musica, non si percepisce nessuna voce e nessuna presenza.
Dov’è Guido? Prima era alla mia destra, poi alle mie spalle e infine è scomparso, come inghiottito dal nulla e dall’oscurità. Sono da solo. Sento solo pulsare le mie tempie e la mia gola che si fa secca, non mi piace essere da solo, non amo stare al buio senza sapere cosa accade, vedo solo quel piccolo puntino rosso che si accende e spegne, come un faro in lontananza e lo seguo.
È il mio unico riferimento in mezzo alle tenebre, magari è un segno di pericolo, forse un’ancora di salvezza in mezzo al niente, ma non posso fare altro che seguirlo e andare da lui e mi incammino verso questo piccolo segno vitale.
I miei passi non hanno suono, le mie mani sono calde e sudate, è il segno del disagio, della paura di non sapere in quale pozzo infinito si è finiti, succede.
Capita quando non si sa dove andare, accade e si vaga senza meta e il più piccolo punto di luce diventa il riferimento per non perdersi, anche se smarrire la strada in sé significa poi ritrovarsi…
E allora un solo punto di luce diventa la speranza alla quale aggrapparsi e piano piano ci si avvicina e la luce si fa scena e quello che pulsa è ora comprensibile: è una sigaretta che brucia nella notte, ma non si capisce chi la fuma se un uomo o una donna, è un volto nella notte.
È un segno fermato che si fa pittura e travalica la realtà e solo allora ti accorgi che quello che hai davanti non è vero, è solo finzione, è solo un dipinto talmente perfetto che mostra l’oscurità da cui si staglia l’uomo, è solo una tela, è solo un’illusione che ricalca la realtà, è solo un quadro, un quadro magnifico di Diego Diaz.
Perso nell’abbaglio della sua pittura non mi accorgo di essere raggiunto da una voce da dietro, la stessa che prima si sentiva in lontananza e le parole si sentono chiare, sussurrate all’orecchio, attento ascolto:
L'amore è la più saggia delle follie,
un'amarezza capace di soffocare, una dolcezza capace di guarire.
L'amore non è amore che cambia quando incontra qualcosa che cambia.
È un'impronta incancellabile che combatte tempeste e non si agita mai.
L'amore non si trasforma in poche ore o in settimane… ma resiste... anche sull'orlo della morte.”
 
Mi giro ed esclamo tra il rincuorato e il sorpreso: “ Guido!” e lui di rimando tra il serio e la voglia di scoppiare a ridere mi guarda avvolto nei suoi jeans stretti con le sue scarpe da ginnastica e gli occhiali buffi: “No! È William Shakespeare.
Ma dov’eri finito? Mi hai lasciato da solo in mezzo al buio e mi sono sentito perso…” incalzo come un bambino piagnucolante, e di rimando lui mi risponde: “Sono sempre rimasto qui, sei tu che non mi vedevi e ti sei perso. Ma se ti sei ritrovato allora io ci sono, ci sono sempre stato solo quando ti perdi non vedi chi hai accanto…” rimango zitto a pensare a quello che ha detto la mia guida, ripenso anche che Cinzia sceglie bene i suoi collaboratori.
È un viaggio più complesso di quello che pensavo quello che sta capitando in questa calda giornata estiva.
Guido è appoggiato, quasi con noncuranza, vicino ad una scultura di marmo che rappresenta un mazzo di rose e di ossa umane, uno strano bouquet misto tra eros e thanatos, è buffo, come lui: l’ironia salverà il mondo? Forse si! Se penso al discorso fatto da Guido, pardon, William Shakespeare, sull’amore,  allora il geniale affondo fatto da questo artista ci sta tutto: si ama fino a spolpare la carne della persona amata, fino a “mangiarla di baci”, a morderla e gustarla, fino a trasformare, a volte, l’amore in odio e le rose, simbolo dell’amore, diventano l’allegoria della sofferenza con le spine che pungono e si difendono, in mezzo alle ossa del caro estinto… perché se si soffre per aver amato, il desiderio d’amore diventa desiderio di morte.
Questa scultura, opera di Corrado Marchese, come indicatomi da Guido, rappresenta davvero la forza del tanto amore e del tanto dolore… le emozioni si fanno semplici e pure, si sciolgono e si fanno cellule primordiali per dare vita a nuove forme, nuovi colori e nuove attese.
Si arriva poi a concentrare nella vita ogni più piccolo piacere, ogni formulazione di vita emozionale, ogni tempo perduto, ogni battito fermato e si raduna in un magma fatto di piccole bolle pronte a d esplodere, fermate in un attimo preciso dove il tempo e lo spazio si azzerano e da lì tutto può ricominciare e ripartire.
Chissà allora come si sente il tempo, che suono produce la bellezza, quale rumore fa la gioia…e allungo una mano per toccare dei grandi pannelli davanti a me densi e carichi di pastosità, sono belli. Appaiono opere create da una giovane artista di Prato, Beatrice Gallori, tele colorate e lucide fatte di consistenze quasi molli ma che nascondo una grande energia, non so se definirle pitture o sculture,  mi sembra riduttivo classificarle così.
È comunque la materia che soffia, come un respiro vitale, queste composizioni mi ricordano le bolle di sapone e la gioia trascende il segno, la bellezza esplode oltre la visione e il tempo si blocca, si ferma in un battito e in un istante tutto è in movimento.
Un ritorno all’origine della sostanza e dell’uomo, forse è un po’ troppo da affrontare, forse così intenso che difficilmente le figure prendono forma e tutto appare come in un sogno, confuso ma a tratti chiarificatore in quello che si vede.
Mi sembra di nuotare con la testa dentro un mondo fatto solo di colore e sostanza, un mare immenso di pura fantasia dove tutto è possibile e che lievemente lascia lo spazio a forme indefinite, figure che appaiono come ombre e che si percepiscono in una folla senza tempo.
Piazze popolate di persone che avanzano indistinte e dove, a tratti, esplodono masse di colore che arrivano direttamente e senza preavviso.
Sono personaggi sordi che si confondono con la massa, un insieme di spruzzate di colore e di colpo mi ritrovo ad osservare la pittura di Nicola Villa che, tacitamente, cattura queste sensazioni con un linguaggio che si fa narrazione sensoriale, perché sono i sensi che partecipano nel gioco dell’arte e si può solo restarne affascinati nel silenzio, così l’anima scava in sé e, col tempo, ne ricava piacere.
 È questa l’arte? Parlare con la materia? Forgiare con i colori? Dare voce a quello che ognuno prova e farsi portavoce di un messaggio? Cos’è l’arte? Cosa ci si aspetta dall’arte? Fama? Riconoscibilità? Apprezzamento? Il fluire delle cose che ci circondano, la necessità di fermarle nel tempo, di segnarle, graffiarle e renderle proprie, messaggio universale per i posteri e attenzione per i contemporanei, forse questo è l’arte: fermarsi ed emozionarsi, capire e percepire, imparare a “guardare” e non solo “vedere”.
Guido è davanti a me e mi parla, ma non lo sento, lo vedo, buffo nei suoi stretti jeans, gli occhiali che nascondono uno sguardo intelligente mentre si sbraccia e saltella a qualche metro da me…ma non capisco…non lo so, forse cerca di dirmi qualcosa, ho perso la cognizione del tempo e ora nemmeno riesco a vedere bene e adesso neppure sento! Sono dentro una specie di bolla di sapone, nulla sembra toccarmi, neppure le cose urlate da quello strano ragazzo che…ahia! Qualcosa mi ha punto…ahi! Di nuovo? Ma cosa…
 
FINE IV PARTE
Massimiliano Sabbion