Tuesday, January 17, 2017

Arte e cultura: l'inutile superfluo quotidiano


 
Si ha paura della cultura, si teme l’arte, forse perché si disegnano scenari a dir poco apocalittici e preoccupanti? Si, la gente che produce con la forza delle emozioni e del pensiero è pericolosissima! Perché? Perché ci si abitua a pensare, ad essere curiosi e a parlare con propri simili in un mondo che ha molto di utopia e poco di realtà.
La concretezza e la praticità spesso spazzano via i sogni e la delicatezza con la quale ci si è approcciati; è davvero giusto considerare quello che si tocca solo come reale e quello che si realizza con la forza dei pensieri solo aria?
L’arte è il superfluo, la cultura è un qualcosa a cui si può rinunciare, vero? Dai! In questo momento di crisi ti metti a parlare di mostre e di quadri, di libri e di letture? Suvvia! Siamo realisti: non si vive con queste effimere sviolinate del “nulla”, l’uomo ha bisogno di pane non di cultura!
Alla fine del mese bisogna arrivare e far i conti con tasse, affitto, rate varie, spesa, vestito, cibo, benzina sempre più cara e tu te ne esci con uno scontato e ritrito motto: “Salviamo e amiamo l’arte! Facciamo crescere la cultura!
Ebbene sì, il pensiero è forse comune, in fondo anche veritiero, ma come chiudere le porte in faccia al nostro passato storico, alla visione di secoli di grandezza che hanno contribuito a far sì che l’uomo sia prima di tutto un essere pensante e dotato di emozioni? Tutti quei sussulti emotivi, quei pensieri logoranti, quella innata curiosità per tecniche, materiali, espressioni si possono cancellare in un solo momento? No!
Un popolo ha bisogno di arte e di cultura! Ha bisogno di emozionarsi davanti ad un quadro, di discutere di fronte ad una performance, di indignarsi leggendo un testo, di pensare. Sì, pensare, perché sia ancora valida la frase cartesiana “Penso, dunque sono” (Cogito ergo sum), l’esistenza sta proprio nel mio pensiero, nel mio sentire.  
In momenti di maggior crisi e sconforto l’uomo ha sempre dato il meglio di sé, quando si cade, ci si rialza, a volte anche più forti di prima, si investe sulle proprie conoscenze e forze per evitare nuovi traumi e cadute.
Circondarsi sempre di chi può trovare una soluzione di chi è migliore di quello che siamo, investire le forze anche, e soprattutto, nella cultura porta a trovare spiegazioni e menti che sanno aiutare, dirigere, coniugare le soluzioni con l’intelligenza.
Perché invece si assiste il contrario di quello che dovrebbe essere la norma? Si dipanano distese di dubbi con assessorati comunali senza soldi impossibilitati a creare una manifestazione culturale, con numerosi tagli alle mostre, al personale, zero entrate per pagare lo sforzo creativo di critici, curatori, artisti eppure non ci si arrende, si arriva a lavorare con il poco che si ha, si sopravvive, ma è davvero necessario e utile sopravvivere di cultura?
Gallerie d’arte, musei, fondazioni diventano la pallida traccia legata ad una parvenza culturale soppiantata da qualche titolone a livello politico su qualche compiacente giornale e si supporta e sopporta tutto pur di riuscire a portare avanti l’idea di una ipotetica “erudizione”.
La gente può essere tacciata di ignoranza perché non ha i mezzi per capire e colmare il vuoto, ma non è stupida, le persone vanno accompagnate, educate e indirizzate verso le emozioni, poi ad ognuno il discernimento e il libero arbitrio di ciò che piace e ciò che non è di proprio gradimento.
Non basta mettere in piedi una manifestazione o un evento per dire che "si fa cultura" magari adornato di bancarelle con cibo locale, majorette e banda: basta davvero così poco per ingannare le persone tacciando il tutto come “cultura”?
Applicare le materie e gli insegnamenti porta al miglioramento dell'uomo e a far si che i pensieri e le opinioni dilagano, forse il pericolo sta proprio in questo: imparare e diffondere, riuscire a pensare con la propria testa, avere delle riflessioni, riuscire a ragionare e trovare delle soluzioni.
È dunque davvero così inutile, becera e superflua l'arte e la cultura?
Massimiliano Sabbion
 

Friday, January 13, 2017

Critici oggi. Per fare arte serve più l’artista o il critico?


 
Si parla spesso di “critica d’arte”, di recensioni critiche, di un percorso storico e artistico che si intraprende quando si parla di un artista e del suo lavoro.
Ma che cos’è la critica d’arte? Nel corso del tempo, specie nel mondo contemporaneo, si è falsata spesso la sua formulazione, arrivando a non concepire la “critica d’arte” come un sistema che ha tuttavia affermato (e formato) l’opinione generale.
Discutere e valutare l’arte visiva è la base principale della disciplina critica per fare in modo di dare in maniera obiettiva una critica su base razionale per apprezzare e valutare lo stato dell’arte.
Il critico d’arte è spesso confuso come un semplice opinionista che discute del lavoro altrui, ma che in realtà supporta e conferma, con basi comparative e storiche, il lavoro di un artista.
L’originalità di chi produce opere d’arte spesso non si sposa con altrettanta originalità critica che è fatta di tante parole e poca sostanza con il rischio di avere due visioni diverse e non comparative dello stesso pensiero prodotto: l’opera d’arte e la critica d’arte che non trovano un punto d’incontro e viaggiano su binari paralleli che mai si incontreranno e forniscono un risultato finale negativo che non porta nessun valore aggiunto né all’artista, né al critico.
Per l’arte contemporanea, vengono citati molto spesso gli artist star, artisti che qualunque cosa toccano diventa poi oro nel mercato e il dilemma nasce se sono loro ad essere geniali o se sono forse supportati dalle parole di critica che li ha investiti.
È più influente il critico o l’artista per fare arte? Entrambi. Senza bisogno di diplomazia e senza decretare che “il giusto sta nel mezzo”.
Se un lavoro artistico “parla” gli occhi, un testo critico apre la mente e lo accompagna, sono comunque ambedue lavori cerativi, è presuntuoso sopravalutare o sminuire il peso del lavoro di uno o dell’altro: una critica non deve superare l’opera, così come il prodotto dell’artista superare le stesse definizioni usate per descrivere e valutare ciò che si vede.
Senza di me tu non avresti ragione di esistere!”, un’affermazione rivolta all’artista o al critico? Di sicuro un atteggiamento di superiorità dell’una o dell’altra parte non porta in nessun posto, si affossa la visione e si snatura la bellezza delle cose dette.
Non ci si accontenta solo di assaporare lo sguardo tra le forme e i colori, si ha bisogno di capire che cosa si vede e cosa si sente attraverso le parole e la descrizione che ne segue, per mezzo del punto di vista di chi sa comparare e conoscere la storia, di chi riesce a collegare le persone e i percorsi affrontati sia dell’artista che di altri che lo hanno preceduto.
La critica sta all’opera come l’opera sta alla critica, cambiando i fattori il risultato non cambia: l’una supporta l’altra e vive in funzione di una buona resa e presa di posizione.
Si confonde troppo spesso la polemica con la critica, chi fa la voce grossa o spara un proprio concetto come semplice presa di posizione fuori da ogni contesto non è da considerarsi “critico”, ma forse un “opinionista” che trova spazio solo se urla e si confronta forzatamente con l’arte riuscendo però a portare alla ribalta sia il critico che l’artista, ma a scapito di chi? Solo del pubblico che alla fine si trova a seguire un dibattito becero e sterile su un’arte costruita a tavolino, priva di emozioni e ricca invece di parole inutili tanto quanto il prodotto descritto.
Arte e critica, se vanno di pari passo, se costruttive e utili per entrambe le parti porteranno un valore aggiunto alla fine di ogni percorso.
Arte e critica, non si possono slegare né l’una prendere il sopravvento dell’altra col rischio di svalutare o, al contrario, sopravvalutare il risultato finale.
Arte e critica, inscindibili come la panna e il cioccolato, come Fred e Ginger, come le pere e il formaggio…gusti e sapori che non si possono slegare, ma solo esaltare, assaporare e lasciare andare i sensi.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, January 10, 2017

“L’arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere agli altri” Vedere per guardare, il pensiero dell'arte nella creazione.


 
L’arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere agli altri
(Edgar Degas)

Un quadro, una scultura, qualsiasi opera d’arte che è esposta e messa davanti agli occhi dello spettatore è solo il risultato di una visione di come l’autore ha interpretato ciò che sente.
Ciò che sente? Non ciò che vede? No. Perché quando si compone un’opera d’arte non si vede con gli occhi, si parla attraverso uno spirito emozionale che traduce la visione in forme e colori.
Il risultato può avvicinarsi alla realtà, a volte la supera, altre invece la stravolge fino a non riconoscere il soggetto e si lascia guidare solo da quello che è stato fissato nel momento, nell’atto in cui si è passati dal pensiero alla creazione.
L’arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere agli altri”, Edgar Degas nelle sue parole racchiude l’essenza del periodo Impressionista e anticipa quello che saranno i decenni successi fatti di arte, surrealismo, provocazione e pensiero concettuale.
Appunto, l’arte non solo è ciò che vedi, ciò che il tuo occhio afferra, ciò che fa del VEDERE lo sviluppo del GUARDARE, no, l’arte è soprattutto ciò che fai vedere agli altri, il tuo personale stile e interpretazione di quella idea visiva che si apre a chi osserva.
Un artista dà il proprio punto di vista e il proprio contributo con ciò che presenta che può essere sviluppato, ma non finito, ed è solo un momentaneo esempio di una goccia in mezzo al mare poiché la rappresentazione di ciò che si definisce sotto il nome di arte ha mille sfumature e mille forme.
Spesso è la logica e la razionalità ad avere la meglio nelle cose e nelle discussioni, ma non sempre la lucidità di una visione porta al risultato migliore.
Che ne sarebbe stato dell’arte se un giorno Henry Matisse non si fosse messo a rappresentare la realtà falsandone i colori? O se un René Magritte non avesse realizzato un quadro intitolato “Ceci n’est pas une pipe”? Come sarebbe continuata la storia dell’arte se non ci fosse stato uno squarcio nella tela da parte di Lucio Fontana o senza le bruciature di Alberto Burri? Quale modus operandi si sarebbe sviluppato senza la presa di posizione del proprio corpo come oggetto d’arte di artisti quali Marina Abramovic, Gina Pane o Vito Acconci?
Così come la realtà non è stata più la stessa con l’avvento della fotografia prima e del cinema poi, cosi il modo di rapportarsi al mondo contemporaneo si è notevolmente modificato. Di evoluzione in evoluzione si è passati alla globalizzazione dei pensieri che spesso sembrano tutti univoci e uniformati, per arrivare all’invasione dei social network con una rete allargata fatta di contatti virtuali e di realtà alternative da cui si aprono nuovi scenari. 
Siamo ciò che vogliamo far vedere agli altri e si volesse far vedere agli altri l'arte? È ciò che si vede o ciò che qualcuno si ci fa percepire? Un artista è un "falsario" della visione o semplicemente un traghettatore di pensieri ed emozioni a cui ci si affida?
Il compito di un creativo non è solo quello di esprimere attraverso i segni e i materiali, ma di traghettare, novello Caronte, le anime che si fermano incuriosite e vibranti nei confronti del processo artistico.
Di fronte all'arte si può rimanere esterrefatti, colpiti, sensibili o meno non fa differenza, un'emozione, anche negativa, è pur sempre un momento di scambio interattivo tra cuore e cervello.
Ciò che si decide di mostrare agli altri è la propria interpretazione del momento che si ferma e si fa pittura, scultura, performance o video, ciò che è mostrato poi è giudicato, ed è un pensiero che si guida tra il tempo e la memoria da un lato, tra il presente attuale e la proiezione di un futuro prossimo dall'altro.
Fai vedere agli altri ciò che non vedono, questa è l'arte.
Massimiliano Sabbion
 

Thursday, December 29, 2016

“Felice di piacervi e non”. In ricordo di Franca Sozzani


 
La semplicità è più difficile da creare della stravaganza fine a se stessa
(Franca Sozzani)  
 
Felice di piacervi e non” era il titolo di uno dei blog di moda più famosi gestito da Franca Sozzani, morta il 22 dicembre 2016 a 66 anni.
Perché questo titolo? Perché come lei diceva “Non si può sempre piacere a tutti e soprattutto non si deve”, infatti, piacere a tutti è altamente impossibile e improbabile, ma diventa anche uno stimolo a capire perché non si piace e a fare di meglio, non tanto per ricevere il consenso da chi già ci segue e crede, ma come sfida per far cambiare opinione sul nostro operato, si, magari non serve a nulla e chissenefrega, ma la sfida è sempre lanciata e dietro l’angolo.
Succede sempre, in ogni campo creativo, ci si sfida in continuazione in primis con se stessi, poi con il pubblico che diventa l’ago della bilancia su cosa piace e su quali consensi ricevere o meno.
Tutti cercano di inseguire uno scopo, un successo, una visibilità che faccia riconoscere e ammirare, che porti direttamente ad uscire dal buio anonimato, ma non sempre funziona.
Gli ultimi anni insegnano che anche il silenzio delle luci della ribalta porta con sé nuove scoperte e nuove mitiche figure che sono invece “famose per non essere famose”, tutto questo accade in una società dove si sgomita per essere sempre al centro dell’attenzione, come avviene ad esempio con il caso dello street artist inglese Banksy di cui nessuno conosce la vera identità.
Operazioni di marketing, che siano di successo o meno, fanno intuire che, per ottenere la tanto agognata fama, per la riconoscibilità e per arrivare nell’Olimpo della visibilità, sia necessario svendersi e scendere sempre e solo a compromessi, per poi condire il proprio tempo con colpi di fortuna e sgomitate, questo è l’errore principale in cui si tende a cadere!
Per andare avanti c’è invece bisogno di tanta forza, determinazione, fatica, pazienza e tanto studio da approntare per non lasciare tutto al caso e alle accuse sterili che arrivano poi da vari fronti o sapori amari che risulta difficile mandar giù:
·         Non è colpa mia ma loro” (loro chi??? Chi sono i fantomatici “altri”?)
·         Ci vuole solo fortuna nella vita!” (certo, la fortuna ha un ruolo importante, ma non è tutto…)
·         È dei critici, dei giornali, della tv e dei social che stroncano le opere sul nascere” (la visibilità ha i suoi scotti da pagare, il pubblico va educato alle cose, ma non sempre è pronto ad accettare ciò che si propone e non ha il diritto di essere preso in giro, ma di essere sempre e comunque rispettato)
·         Io sono un grande, solo che non sono capito” (volar basso con la propria presunzione e farsi una bella dose di umiltà è poi così tanto sbagliato?)
·         Io non seguo le mode” (che è diventato un modo di dire…di moda!)
I cambiamenti spaventano, sempre, coloro che portano l’alterazione al sistema, pure, le vere rivoluzioni partono da dentro con la voglia di cambiare e portare quel qualcosa di nuovo di cui si necessita, Franca Sozzani è stata LA moda in Italia, dal 1988, portando con Vogue Italia la sovversione, la rivoluzione, la contestazione ad un intero sistema.
Non bisogna mai avere paura di dichiarare ciò per cui si è nati, mai timore di esprimersi ed esprimere i propri talenti, Franca Sozzani non ha mai nascosto di essere nata per la moda: “Il successo ce lo si guadagna, oserei dire ce lo si inventa. Niente arriva per caso anche se la fortuna di cadere al posto giusto, nel momento giusto, con la persona giusta agevola parecchio. Ma la sorte, si sa, è alterna. Non è proprio la base su cui costruire il proprio successo. Il talento, il tuo, è la vera forza.”
La fortuna passa, le mode si reinventano, le persone cambiano, l’esperienza si accumula e si impara dai propri errori, ciò che si affina e non cambia sono le proprie capacità e la creatività.
Pablo Picasso sarebbe comunque diventato Pablo Picasso perché la genialità non si ingabbia e non si ferma, la fortuna, i tempi, le persone conosciute sono state il giusto corollario per l’artista, ma la creatività e le sue opere sarebbero state un punto di riferimento continuo per l’arte contemporanea in ogni modo.
L’affanno continuo porta a generare ansie, prestazioni mancante e disillusioni, ma come diceva Franca Sozzani: “La fama quella vera, deriva dalle capacità vere, dall’avere fatto cose vere. Questa è la vera fama.”
Già, questa è la vera fama, “ma qualche volta, per favore, give me a break.”
Massimiliano Sabbion
 

Friday, December 23, 2016

Che cos’è l’arte? Tossicità a tutti gli effetti, la dipendenza della creatività.


 
Che cos’è l’arte? Qual è il significato di arte? Che cosa si cela dietro il termine “arte”? Spesso ognuno dibatte a proprio modo e con una propria sensibilità quello che si vuole esprimere.
Non tutto piace e non a tutti si arriva a piacere, è difficile completare in una sola definizione quello che nasconde la parola stessa.
Arte è storia, arte è critica, arte è percezione, arte è comprendere, arte è studio, arte è anche improvvisazione, ma soprattutto arte è alla fine la realizzazione di un prodotto finito che va sotto il nome di “opera” che, ad oggi, assume diverse manifestazioni esprimendosi non solo con la pittura e la scultura, ma anche attraverso le performance, i video, le installazioni, il web.
Il significato di arte cambia in ogni epoca e in ogni momento storico si arriva ad una ricerca, consapevole o meno, di che cosa si analizza e sensibilizza nel momento in cui si vive, si assorbono i cambiamenti e la progressione del tempo, si arricchiscono i linguaggi, alcuni si aggiungono, altri si perdono.
Ciò che non si ferma è la creatività e lo studio continuo dell’uomo che ne discute ogni giorno, creando opere, lasciando che siano le idee a prendere il sopravvento ed ascoltando sia la propria anima che quella del mondo che lo circonda, magari analizzando, costruendo e facendosi rappresentante di valori e di pensieri comuni a cui l’artista riesce, spesso,  a dare voce.
L’arte ha mille sfaccettature e mille complicanze, ma anche mille soluzioni, forse includere tutto con una risposta di senso è riduttivo: che cos’è l’arte? Qual è il suo significato?
Da definizione l’arte è: “Qualsiasi forma di attività dell'uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva.
Ma basta per dare un responso? Sono sufficienti le parole supportate dai pensieri? Visivamente basta vedere per imparare a guardare? Chi sono quindi gli artisti e che ruolo hanno qui, in questo calderone chiamato “arte”?
Se si trova e prova a dare definizione alla parola arte la necessità vien da sé, non basta una spiegazione per arrivare a comprendere l’arte stessa, commistioni e collazioni ci invadono ogni giorno e tutto si fa arte: moda, pubblicità, cinema, cibo…in ogni angolo si trovano collegamenti tra il tempo e la quotidianità, tra la brama di vivere e la voglia di creare e l’uomo, finché avrà un pensiero da esprimere e  i mezzi per poter lasciare il segno, non esaurirà mai il suo compito: l’uomo nei confronti dell’arte e dell’arte nei confronti dell’uomo.
 Henry Miller diceva che “l’arte non insegna niente se non il senso della vita”, già… forse è proprio così, l’arte non insegna nulla, è solo uno strumento per le emozioni e per le riflessioni che circondano le nostre domande, quesiti che non trovano facile risposta, perché in fondo porsi interrogativi è la prerogativa dell’essere umano, trovare riscontri è la base poi dell’inquieto vivere di chi è mai pago, ma sempre turbolento.
Una mente attiva è una forma di pensiero costante che non trova soddisfazione al primo passo, al risultato che trova, non si accontenta, continua a ricercare e a porsi nuove domande, a sperare in nuove soluzioni, a trovare un senso alla vita, anche attraverso l’arte.
L’arte tutta crea dipendenza, una volta entrati nel suo circuito fatto di colori, forme e situazioni non è facile uscirne, che cos’è quindi l’arte? Non c’è una sola risposta.
Per me? Per me l’arte è parte della vita, non spiega la vita stessa, ma me ne circondo in quanto mio punto di partenza.
È una tossicodipendenza da creatività, è un piacere infinito di cui non se ne ha mai abbastanza, è un orgasmo che va conquistato e ricercato, spesso studiato, anche quando l’intenzionalità si fa casuale e caotica.
Per me l’arte è questo, e per te cos’è l’arte? Qual è il significato di arte?
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, December 20, 2016

Curare e criticare. Storia dietro una storia, il dovere di raccontare.


 
“Io non do molto credito ai critici che sono dei fanfaroni invidiosi di chi sa fare arte e produrre!”, “Non capisco come si possa permettere ad una persona che non ti conosce di dare dei giudizi e delle opinioni su cose che non gli appartengono”, “Io sono bravo sono gli altri che non mi capiscono e sparano sentenze senza capire cosa ho prodotto”, “Criticare? Perché?”.
Ecco alcune delle affermazioni dal carattere liquidatorio che si rivolgono spesso a chi si occupa di critica d’arte, come se a colpire la sensibilità di un artista sia un perfetto sconosciuto che non vede l’ora di demolire e ridicolizzare chi si sente di dare in pasto al pubblico la propria creatività.
Non è sempre vero che un critico osanna o demolisce, anzi, un vero critico fa del suo lavoro e della sua professionalità l’arma migliore per presentarsi. Allenare la mente, gli occhi e la propria capacità di giudizio è un duro mestiere, individuare chi ha le potenzialità per essere definito artista piuttosto che decoratore o artigiano è un compito di sicuro non facile.
Anche i critici sbagliano, specie quando investono tempo, fatica ed energia su persone che si dimostrano poi avide di successo che dimenticano la fatica e si adagiano sugli allori, artisti che credono di trovare la loro cifra stilistica e poi abbandonano la strada del sacrificio, dello studio e della sperimentazione per la via facile del successo lastricata di denaro facile e riscontri presto dimenticabili.
Quel qualcosa di buono si trasforma poi in una delusione, ma si prosegue ed è solo allora che la “colpa” la si imputa al critico incapace di dare quindi le dritte giuste per far vendere e far conoscere.
Un curatore o un critico non sono agenti commerciali né piazzisti, accompagnano invece con la loro attività la carriera dell’artista che è fatta di continui confronti, telefonate, mail, visite in studio, discussioni, arrabbiature e tanta pazienza, da ambo i lati.
La situazione si complica quando uno dei due non crede nel lavoro dell’altro, si producono mostri, difficoltà insormontabili in cui la fiducia viene a mancare e tutto si sfalda, senza passione non si arriva da nessuna parte, senza credere nelle cose che si fanno non ci si sposta di un millimetro.
Rimanere convinti fermamente nelle proprie ideologie produce solo il massacro delle produzioni, della creatività minata e si rischia di porre valenze che non sono niente affatto veritiere e si arriva a creare “mostri”  che non sanno discernere l’arte dall’artigianato, un buon lavoro dal plauso e dal consenso pubblico sono due cose diverse.
Serve attenzione anche nelle scelte che si fanno, dalle persone che si conoscono e delle quali ci si circonda, chi cura o critica un artista, se lo fa in maniera corretta, lo fa per un amore per la professione, per l’arte stessa e non per i soldi che, per inciso, aiutano, ma non sono il solo motore che fa avanzare le cose.
I ciarlatani, i millantatori e coloro che promettono a suon di milioni cose inconsistenti prima o poi si riveleranno per quello che sono, diffidate degli sbraitatori e urlatori ai quattro venti, di coloro che promettono fuochi d’artificio, belli in verità, ma che spariscono subito lasciando un vago ricordo nel cielo.
Nessun lavoro capita tra capo e collo e nessun lavoro è da considerare “facile” o “difficile”, tutti faticano, producono e si mettono in gioco sia l’artista che il curatore o il critico, si riconoscono per la loro dedizione, per lo studio, per il confronto continuo e a nessuno verrebbe poi in mente di criticare o giudicare in maniera negativa un buon operato e una persona che si è distinta per il suo comportamento corretto, chi lo fa è dettato dall’invidia e da un animo guastato.
Ogni persona sa riconoscere un errore o sa essere guidata a capire lo sbaglio commesso, nascondersi e non ammetterlo è appesantire questo fardello, già la vita richiede sacrificio e impegno perché mettersi contro muri virtuali che ostacolano e indeboliscono la creatività e l’arte tutta?
Applicarsi a vedere oltre il proprio sicuro metro quadro di sopravvivenza è una sfida quotidiana, ogni persona che si incontra ha una propria storia da raccontare, un proprio viaggio ed ad ognuno il compito di preservarlo e rispettarlo, magari aiutando e guidando verso la strada più corretta, verso la scelta più giusta.
Massimiliano Sabbion

Friday, December 16, 2016

Fake e bufale. Le freak, c'est chic!


 
"Nessuno mai mi ha ascoltato fino a quando non hanno saputo chi ero"
(Banksy) 

Commercializzare l'arte diventa un tema spinoso se lo si guarda solo dal punto di vista della parola diffusa per far pubblicità e dal business che tutto paga.
Ottimo sotto il profilo della visibilità, ma dal lato della credibilità? Quanto va a pesare una risonanza altisonante se gestita male senza nessuna competenza?
Specchietti per le allodole ce ne sono troppi in giro nel mondo dell'arte, per fortuna che oggi esistono anche altri strumenti, come i social network, immediati e senza filtri nel bene e nel male, capaci di sbugiardare il falso o la poca preparazione in campo.
Nessuno dei presenti lettori affiderebbe un proprio bene a non esperti del settore, in qualsiasi campo: un dentista non è un parrucchiere, così come un parrucchiere non è un macellaio, di conseguenza la logica ci porta a pensare che neppure un negozio di oggettistica sia una galleria, così come un decoratore di oggetti con il decoupage non sia da etichettare come un artista.
Curare una mostra, scrivere un testo critico, presentare la storia, allestire uno spazio espositivo, è un compito difficile e soprattutto un dovere, in primis, nei confronti del pubblico.
Non si deve e non si possono ingannare le persone con false ideologie e sistemi, è un'arma che si ritorce ben presto contro provocando danni irreparabili e decretando la morte per suicidio commerciale e di affidabilità futura da chi invece ci ha creduto e non si è affidato al buonsenso delle cose.
Pensare di approntare una mostra o un evento improvvisandosi curatori e allestitori perché ci si affida al proprio gusto è il primo fallace passo verso il baratro, la prima impressione è il biglietto da visita che più conta: il troppo storpia, il troppo poco fa sentire la mancanza di professionalità e qualità, termini abusati forse, ma in fondo i più necessari per arrivare al dunque.
Pensare di scrivere un comunicato stampa affidandosi alle parole solo per colpire l'immaginario collettivo è un altro grande e grave errore! Chi legge può non sapere le cose ma, al contrario, può essere l'esperto della materia e trovare accozzaglie di informazioni e sbagli che una volta scritti non sono più cancellabili, si arriva a ridicolizzare il proprio lavoro senza accorgersene.
L'errore più grande che si può fare in questo momento è quello poi di dare una giustificazione e correggere quello che si è fatto, mai provare a trovare scusanti e porsi a difesa delle proprie inesattezze. Rettificare e rivedere quanto si è già pubblicato può produrre sia un calo di attenzione sia un danno difficilmente recuperabile, ad esempio: da lettore, da visitatore e frequentatore di esposizioni d'arte come ci sentiremo se la tanto pubblicizzata mostra di Michelangelo recasse come manifesto un'opera di Raffaello? Sicuramente è un errore che è stato fatto!
Come procedere quindi? La cosa migliore è chiedere scusa, ritirare la pubblicità e rifarla, invece c'è chi si arrampica sugli specchi e produce scivolamenti verso baratri irrecuperabili quando arriva a sottolineare nel dire che "lo sappiamo che è Raffaello e non Michelangelo, ma volevamo, caro pubblico, verificare la vostra preparazione e grado di attenzione per creare una discussione sul mondo dell'arte".
Direi che a certi commenti postumi non conviene dare seguito, si scatenano altre polemiche e altre spiacevoli situazioni perché si tende così a pensare che in realtà quello che si va a vedere è fatto senza nessuna cura, senza nessuna preparazione e soprattutto cercando di rattoppare certe esternazioni con altre uscite che, forse, sono ancora peggio, provocando il pubblico e tastandone la sua preparazione. Non c'è cosa peggiore che dare dello stupido ad un terzo!
Il sapore della bufala o meglio del fake fa capolino da dietro l'angolo, non ci si improvvisa chef neppure per il giorno di Natale, l'impegno e lo sforzo vanno bene tra le mura di casa, ma poi, fuori, all'esterno con il giudizio di chi non si conosce e che magari si aspetta non guazzabuglio di copia+incolla da wikipedia o opere d'arte di dubbia qualità e provenienza, si rafforza la distanza tra quello che è la fatica di un'organizzazione preparata e seria che investe nella ricerca e propone risposte alle domande, mette l'accento su temi visti e conosciuti, dà qualcosa di nuovo al visitatore per riflettere e discutere, da quello che è invece visto solo come un'operazione di marketing capitata da chissà quali lidi e con sponsor vari.
L'arte non si può ridurre a pubblicità e al detto "parlatene anche male, ma parlatene", le notizie distorte portano solo a peggiorare un sistema già debole e labile quando non è messo in mano a chi di dovere.
Non si obietti dicendo "e allora fallo te!", no, ad ognuno il proprio spazio e il proprio compito, non si ribalta la situazione chiedendo agli altri di fare cose che noi, per primi, non siamo capaci di fare.
Un buon allestimento non è fatto solo da luci sparate al punto giusto, da cornici adeguate e da spazi adeguati, così come un buon testo critico non è raffazzonato con informazioni sterili, ma cerca di valorizzare le opere e accompagnare lo spettatore dentro un mondo ricreato a dovere per il piacere della visione e conoscenza.
Altrimenti…
Si, altrimenti si finisce per far di tutta l'erba un fascio e di non saper distinguere il buono dal cattivo, per fortuna esiste ancora il libero arbitrio e la capacità cognitiva di distinguere un prodotto mediocre da uno superiore.
È davvero necessario allora fare per mostrare? È veramente utile raggiungere le vette di un fuoco d'artificio per una mera visibilità? Quanto costa la serietà professionale?
A conclusione le parole di Jean-Jacques Rousseau che ben riassumono quanto detto: "Val molto di più avere la costante attenzione degli uomini che la loro occasionale ammirazione".
Massimiliano Sabbion