Tuesday, April 18, 2017

Rispettatevi e onoratevi! Storie di chi ha ceduto all'arte


 
Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti
(Dante Alighieri)

L'arte va onorata e rispettata, in ogni sua forma.
Spesso questa forma di deferenza viene però a mancare, non tanto per l'onore che ad essa si deve tributare, poco importa se ad un vernissage ci si presenta in smoking o abito lungo o in sneakers e jeans, tanto invece per il rispetto a cui si deve.
Ha più importanza l'inaugurazione con caviale e champagne o quella con cracker e formaggio? È degna di nota la mostra che fa più numeri o qualità? Interessa più il "fate parlare gente" o i "pochi ma buoni"?
Il rispetto e l'onore non devono in ogni caso mancare, che dire della presenza di tanti sedicenti politici della cultura che si presentano ad inaugurare questo o quell'evento senza conoscere nulla e senza sapere nulla di ciò che vanno a vedere? Sono magari gli stessi personaggi che poco prima hanno appoggiato il nuovo centro commerciale della zona e nel frattempo hanno messo a pagamento il parcheggio davanti al museo, gli stessi che leggono la parola "cultura" come sinonimo di sagra paesana, bancarelle di prodotti alimentari locali, giostre di cavalli luminosi e nascondo invece le segnaletiche del monumento storico o non rinfrescano la sede dell'APT locale, biglietto da visita per chi entra in città.
È così che si onora e rispettano l'arte e la cultura? Continuando a far sopravvivere enti e luoghi grazie ai volontari e alle raccolte firme e fondi per salvaguardare gli spazi o per crearne altri? Perché i giovani che si immettono nel cammino dell'arte sono costretti a viverla solo come hobby o più facilmente emigrare verso altri lidi più felici? Davvero è solo ed esclusivamente un problema di costi quello che ci circonda? Senza contare pagliacciate spacciate per festival con tanto di premi e serata di gala fatte solo per far girare sponsor e amici e che, inevitabilmente, l'anno dopo sparirà.
Un musicista è un professionista che ha dedicato anni di studio e tempo per finire poi a suonare la marcia nuziale ai matrimoni? Un pittore un professionista che è chiamato per decorare i muri di una pizzeria? Uno scrittore uno che si diletta poi a compilare necrologi per il giornale? È questa la cultura del rispetto delle professioni?
Ciò che fa del nostro Paese il top non è tanto la storia passata o il "regalo" di giovani menti aperte alla novità e al cambiamento, ciò che invece è il nostro (purtroppo) "fiore all'occhiello" è il pressapochismo, il "tutto dovuto e arrivederci e grazie", il sistema del volontariato dilagante anche nei ruoli che non si dovrebbero coprire e, soprattutto, le promesse non mantenute condite dalle coniugazioni prossime future: faremo, creeremo, sostenteremo, finanzieremo.
Già, più facile galleggiare che nuotare, più facile seppellire tutto sotto una marea di scartoffie, burocrazia e inasprimento perché se il "sistema ti sistema" allora in fondo c'è la speranza che prima o poi qualcuno delle vecchie glorie si stufi e lasci lo spazio ai giovani fiduciosi che ricominciano da capo il percorso arrivando poi ad abbandonare per necessità e delusione.
Non stupiamoci dei cachet di certe starlette televisive uscite da qualche reality tv insignificante, è quello che si vuole, perché ridere degli altri è più facile che ridere di sé stessi.
Si deprecano più comodamente la professionalità e la fatica di chi si è messo al servizio di un'idea e di una ricerca, quanti sono ora coloro che si ritrovano (se tutto va bene) a suonare ai matrimoni, a decorare un locale o a scrivere per un trafiletto pubblicitario? Troppi!
Ed è altrettanto facile poi sentire dire "Ah ma se fai il musicista (lo scrittore o l'artista), sapevi dall'inizio che era meglio studiare qualcosa che ti procurasse un lavoro vero!", ora, definitemi "lavoro vero", poi la disquisizione può continuare.
Nel frattempo cosa dire quando non si rispetta e non si onora il passato storico del paese e non si incentiva e aiuta chi invece vuole progredire? Chi ha il potere di cambiare le cose ci pensi, ci pensi seriamente sul ruolo al quale è chiamato ad agire.
Tra un bicchiere di champagne o una tartina al salmone ogni tanto si pensi alla funzione per la quale si è stati chiamati per porre l'attenzione su ciò che si fa e non su ciò che si è e basta. Serve, più che il presenzialismo, essere ricordati non per l'inutilità o il misfatto di turno, ma per il lavoro compiuto senza pressapochismo o volteggi di parole.
Ogni persona ha la capacità di cambiare, di agire, perché è il "fare" che ci distingue, ognuno di noi è chiamato in causa per rispettare e onorare l'arte, la cultura e il posto che ci accoglie: rispettiamoci e onoriamoci quindi.
Quale futuro ai posteri se non si tende la mano al passato? Sono da annoverare tra le bravate sciocche e becere le scalate ai monumenti fatte per scommessa, i bagni nudi nelle fontane, lo spreco di energie per manifestare contro il pareggio ingiusto in un derby calcistico, un giro al centro commerciale la domenica con la famiglia, la derisione di un artista di strada, lo scherno verso una guida volontaria: questo è il peccato di chi ha colpe e nessun merito.
Ci saranno sempre le primedonne, le prime ai vernissage, le prime in classifica, le prime volte, ma è necessario sbagliare ancora come "la prima volta"?
Il rispetto è l'onore che si dà all'arte, omaggiandola sempre, ogni giorno, perché è quello a cui siamo chiamati ad essere perché, come disse il sommo poeta: "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza." (Inferno, XXVI - vv. 118-120)
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, April 11, 2017

Sta scrivendo… Quando si attende la risposta del (com)mittente


 
Capita anche a voi di mandare un messaggio su whatsapp e di attendere la risposta della persona che, online, lo legge (quindi doppia spunta blu) e poi si resta in attesa che il nostro interlocutore dia seguito alla conversazione?
Ad esempio, scrivo un sms per chiedere il parere ad un determinato pensiero se condiviso o meno: “Ciao, dopo aver letto quello che ho scritto, che ne pensi?
L’attesa che segue, le parole che si aspettano e quelle che si devono dire, lo scritto che si aspetta e sullo schermo compare l’operazione di scrittura del ricevente “Sta scrivendo…”
Ok, presto arriverà il seguito, intanto sappiamo che “Sta scrivendo…”, già, continua mentre noi si inganna il tempo guardando un'altra app, altre immagini o altri nostri contatti online in quel momento.
Sta scrivendo…” e si attende.
Che cosa mai avrà da dire che la risposta si sta facendo attendere? Chissà quale messaggio farà seguito a ciò che si è chiesto…
Sta scrivendo…” e si attende.
Una generazione social quella che si vede negli ultimi anni, ragazzi e ragazze che si conoscono, comunicano, si amano, si odiano, si lasciano, tutto via sms, aggiungendo emoticon per dare enfasi a ciò che le parole  supportano, una valanga di smile, simboli e figure che si intrecciano con la terminologia classica prendono il potere nella conversazione silente che si instaura tra mittente e ricevente.
Sta scrivendo…” e si attende.
Quante volte capita di sentire parlare, parlare, parlare e alla fine ciò che è stato detto non è davvero così importante o preso in considerazione? È davvero necessario riempire le orecchie di suoni con la parola? Serve obbligatoriamente buttare gli occhi in mezzo alle lettere per pagine intere?
Perché è quello che molte persone fanno: ascoltano se stesse più che ascoltare gli altri o concentrarsi sull’argomento richiesto, spesso il troppo parlare o il troppo scrivere non porta a null’altro che disperdere energie e attenzione.
Sta scrivendo…” e si attende.
Capita molto spesso anche nell’arte contemporanea: boriosi artisti che descrivono il loro lavoro nei minimi particolari fregandosene delle opinioni degli altri perché ciò che conta è solo la loro; spocchiosi e saccenti critici e curatori che dopo il pronome personale “Io” non riconoscono nessun altro al di fuori di sé arrivando a parlare di tutto tranne che dell’artista, dell’arte e delle opere.
“I voli pindarici”, così gentilmente chiamati quando si identifica invece la “fuffa” del non dir null’altro che il niente assoluto, sono la base delle inconsistenti e inconcludenti chiacchierate fatte che non portano poi in nessun luogo.
Sta scrivendo…” e si attende.
Ciò che snerva è solo l’attesa, quella aspettativa che poi si riduce ad un bluff una volta compiuto, beh? Tanto attendere e poi? Scatta allora la delusione e la rabbia un po’ monta su per il tempo dedicato e di conseguenza poi perso.
Un po’ come succede alla tanto agognata risposta del nostro messaggio di whatsapp, arriva con mille ansie e speranze, desideri che si accavallano per poi sfociare nel… bip bip! Eccolo! È arrivato.
Messaggio arrivato! Visualizza: “Si, ok. Sono d’accordo”.
Beh??? Tutto qui? Tanto aspettare per avere una rapida e secca risposta? E tutto quel tempo perso in cui si è potuto vedere scorrere lo “Sta scrivendo…” del caso? Ci voleva così tanto?
Sinceramente si, ognuno si prende il tempo che gli serve, siamo noi che ci creiamo le aspettative e vogliamo sentirci dire ciò che ci fa piacere e nella quantità desiderata.
Anche in arte capita così: chi geniale ci mette un attimo e chi si prende gli anni che gli servono, pure il sottoscritto ora, passa il tempo e continua a lasciare pagine compiute di testo che descrivono con le parole ciò che pensa, in fin dei conti pure lui “Sta scrivendo…”
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, April 4, 2017

Se tu hai una mela… La condivisione della creatività e delle idee per diffondere l’arte


 
“Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno.
Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee”
(George Bernard Shaw) 

La creatività ha bisogno sempre di nuovi stimoli e di nuove fonti alle quali ispirarsi e rivolgersi, nuovi percorsi e situazioni arrivano sempre a decretare l’inizio di un viaggio mentale ed emozionale che si tramuta poi nell’opera d’arte.
Come si sviluppa la creatività? Come si investe nella fantasia? Non c’è un metodo per poter accrescere le idee, non tutto arriva semplicemente accomodandosi e aspettando, non ci sono sprazzi geniali e improvvisi che folgorano la via e poi squarciano le menti.
No, la creatività ha bisogno di essere vezzeggiata, ricercata e soprattutto stimolata e studiata, è importante il sapere, lo studio e il confronto con il mondo esterno.
Non si temi di essere contaminati dalla creatività altrui, anzi, il piacere della ricerca aumenta sempre più quando si è a contatto con altri esempi e soluzioni.
Le proprie idee, se condivise, maturano e sviluppano nuove forme creative e ulteriori nuove visioni, senza temere che quest’ultime vengano rubate o tolte al proprio percorso.
La diffusione dei social network ha contribuito in maniera notevole alla diffusione delle immagini e delle idee, in tempo reale il mondo si connette e propaga forme e colori entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo e insinuandosi poi nell’io creativo di ognuno.
La storia dell’arte stessa insegna come i grandi maestri del passato hanno sempre cercato la contaminazione e  la diffusione delle idee, ne sono dimostrazione i circoli artistici, i salotti, i ritrovi stessi in associazioni e movimenti, con relative influenze od omaggi compiuti all’arte e alla creatività dell’artista citato.
Dai primi giotteschi che si rifanno, appunto, allo stile di Giotto cercando poi di trovare una propria cifra stilistica a Michelangelo che ricopia e studia gli affreschi di Masaccio, alle copie rivisitate dell’Ultima cena di Leonardo da Vinci che si disseminano in tutta Europa, alle nature morte seicentesche dei pittori fiamminghi e olandesi, fino ad arrivare alle ricerche via via perpetrate negli anni sulla forma e sulla visione passate dal Realismo all’Impressionismo.
La serie di esempi potrebbe poi continuare nel mondo contemporaneo con le dimostrazioni in campo pittorico di Paul Klee e Wassily Kandinskij e con la diffusione filtrata delle loro idee quasi in un costante omaggio reciproco per diverso tempo, senza scordare poi il contributo di Pablo Picasso nei confronti della storia dell’arte mondiale quando rifà i capolavori del passato omaggiandoli con il suo inconfondibile stile, via via fino ad arrivare agli esempi della Pop Art con Andy Warhol e Roy Lichtenstein, per pervenire ai giorni nostri con le citazioni sia cinematografiche che pubblicitarie, e gli esempi si ritrovano in ogni campo dal fumetto con Milo Manara e Hugo Pratt al campo letterario che conta i figli e i nipoti o gli antesignani di romanzi fantasy quali Il Signore degli anelli o Harry Potter.
Tutti gli esempi sopra citati aiutano a percepire come la diffusione delle idee avvenga senza timore di perdere qualcosa, ma di sicuro si allargano invece gli orizzonti e i pensieri che si trasformano poi in nuove espressioni.
Per questo, rinchiudersi nel proprio fantastico mondo senza spingersi oltre l’isolato metro quadro vitale porta solo a recar danni esaltando il proprio ego, autoconvincendosi che il proprio operato è unico e irripetibile con punte egoistiche che sfociano in assurde paure come quella di essere copiati, plagiati o peggio ancora derubati della propria creatività.
Esplosivo e costruttivo è lo scambio culturale, ma mai a senso unico, rimangono invece in circolazione le idee e lo scoppio della creatività, perché? Perché quando si finisce per diffondere quello che si pensa, quello che si riceve non è mai una parte sola di ciò che si è dato, ma un insieme che torna indietro centuplicato.
Massimiliano Sabbion
 
 

Friday, March 31, 2017

“L’arte fa schifo! Il sapere è inutile!” Pensiero sulla cultura, una vecchia conoscenza maltratta e ignorata.


 
“La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande”
 (Hans Georg Gadamer) 

L'Italia è un paese di vecchi o per vecchi? Perché si investe solo sul passato e mai sull'attuale contemporaneo? Il presente diventerà passato prima o poi e quindi si dovrà aspettare che il tempo scorra prima di dover vedere attuato un piano di crescita culturale?
Il passato, la storia, sono importanti, sono fondamentali per riuscire a capire un popolo, con il quale si deve fare continuamente i conti e, a volte, ci si porta il peso di quello che è stato.
Anche il passato però non è sempre trattato bene, la cultura stessa non se la passa proprio alla grande visto che siti archeologici giacciono con incuria e abbandono, antichi edifici, sculture e pitture latitano in fondo al dimenticatoio di qualche caveau o persi nelle collezioni private di qualche privato che, forse, se la passano meglio!
Si, ormai è palese: non c'è rispetto per l'arte né per la cultura! Si parla e parla molto, ma si ottiene poco... siamo in un momento storico carico di crisi e pronti allo scoppio e che cosa si fa? Si compiono tagli e soprusi sull'unico bene su cui poggia questa nazione: la cultura.
Maltrattata, derisa, associata a sagre paesane o ad operazioni di marketing, abbandonata, vezzeggiata per interesse privato, usata, abusata, questa è la cultura in Italia.
Perché un giovane che si appresta a scegliere una facoltà umanistica o un percorso creativo è costretto a rispondere alle denigratorie domande del tipo: "e da grande che farai? Che lavoro ti si prospetta?".
La passione prima di tutto, ma anche il riconoscimento corretto per chi può portare un valore aggiunto alla società e alla bellezza del proprio Paese non deve essere sottovalutato.
Si abusa troppo spesso di termini quali qualità, eccellenza, unicità, prodotto irripetibile, senza sapere davvero l'importanza che assume ogni singola parola.
Tutto ciò che ci circonda è davvero eccellente e unico? Tutti sono carichi di qualità? E allora dove si trova la vetta massima di tale carica? Non si investe mai abbastanza sull'effimero, sulla ricerca, sulla scienza, sulle arti, perché queste sono davvero la ricchezza del patrimonio umano, ed è inutile riempirsi la bocca di discorsi fatti e ritriti di quanto grandi siamo stati nell'arte, nel cinema, nella letterature e nelle scienze, a che serve? A preparare sterili discorsi pseudo politici o a colmare un vuoto momentaneo?
L'ignoranza si sconfigge con la cultura e con nessun altro tipo di arma! Se si abitua l’uomo al rispetto del proprio ambiente, finirà per amare e apprezzare il patrimonio che lo circonda, senza bisogno di sciacallaggio o di vandalismi successivi in cui bisogna giustificare questa o quella bravata. Facile poi decretare che la colpa di tutto è la “società”, si, ma la società siamo noi, tutti.
Una nazione che vuole crescere non frena gli entusiasmi, non seppellisce gli emergenti nella burocrazia, non concede cantine o posti di recupero per fare arte e seminare la conoscenza, apprezza e aiuta invece chi ha le qualità per progredire e proseguire non scordando le persone meritevoli dentro un call center o a piegare magliette in un negozio.
Forse questa voglia di crescere, di apprezzare le cose, di investire nei restauri del passato e di aprire nuovi spazi per il futuro non è davvero così importante e sentita come si vuol far credere, specie quando con numeri alla mano di visitatori e appassionati fanno vedere come mostre, spazi, cinema, sono perennemente affollati e la gente ha voglia di conoscere e di comprendere.
Il sapere può diventare ed essere divertimento, può sfociare nel business, può associarsi ad un crescita economica pari ad una risoluzione di nuovi posti di lavoro, di ricchezza interna e, soprattutto, formare l’apprezzamento per il bello e per l’arte, perché nessun uomo è completo se non ha la conoscenza di sé e non ne è guidato.
Il pensiero di ricerca e di diffusione della cultura è la salvezza per crescere, è la base della forza di un popolo, ma è in special modo il motivo principale perché si è chiamati in questa vita: essere felici.
 
Massimiliano Sabbion

Tuesday, March 28, 2017

Il sapore della ciliegia. Il piacere di assaporare cose belle


 
"Cambia idea.
Non hai mai guardato il sole al mattino?
Hai visto la luna? Non vuoi più vedere le stelle né l’acqua di sorgente?
Vuoi privarti del sapore della ciliegia?"
("Il sapore della ciliegia" - film di Abbas Kiarostami, 1997) 

Che cosa emoziona uno spettatore? Cosa fa scattare in noi l'idea di bello e di piacevole? Quali sono le idee che scaturiscono nel piacere?
La visione, i sensi, il bello e il brutto soggettivo e oggettivo, tutto contribuisce a far si che ciò che piace arrivi dritto al cervello passando per il cuore e agendo spesso d'istinto.
Ad esempio, un cesto di ciliegie porta alla mente di chi scrive un ricordo sopito di bambino curioso che, insieme al nonno, era solito raccogliere questi rossi e dolci frutti dalla pianta del giardino di casa, il loro colore rosso, la lucentezza, la dolcezza al palato, sono diventati col tempo l'idea di una petite Madeleine proustiana che fa riemergere, uno dopo l'altro, ricordi e piaceri.
Una ciliegia, diventata col passare degli anni un piccolo rifugio dal mondo e dal quotidiano, è associata ad un piccolo piacere, ad un momento d'infanzia felice e pieno di vita, di colori, di gioia.
Un breve momento di ricordo che, con gli anni, è rimasto in un cassetto pronto ad aprirsi all'occorrenza e a farsi beato di ricordi e immagini che la vita spesso falsa grazie alla memoria e alle percezioni.Immagini, sono loro le responsabili del viaggio mentale emozionale che parte e arriva ad ognuno di noi, ogni spettatore diventa osservatore di sé prima che del mondo circostante, bagagli di cultura personale che si fondono con il mondo esterno, petite Madeleine che arrivano, passano, giocano e si soffermano per poi riprendere la loro strada, nuovi ricordi da mettere nel cassetto della memoria che si sommano e scalzano altri più in fondo che poi salteranno fuori senza neppure chiederlo e senza accorgersene, un po' come succede con quel paio di calzini nascosti in un angolo in fondo in fondo, nel buio, senza bisogno di cercare la memoria (e i calzini) poi scattano fuori!
Qual é l'immagine che più identifica un percorso svolto nella vita? Una scampagnata con i cugini lungo gli argini di un fiume in primavera? Un castello di sabbia al mare? Il profumo del ragù la mattina presto nei giorni di festa? Un artista sconosciuto e amato e poi rivisto e studiato da adulti? Le immagini hanno la loro forza, sono la nostra forza, ci si aggrappa nei momenti in cui la nostra mente e sensibilità abbisogna e non si lasciano andare quasi come porto sicuro per una nave in tempesta. Sì, una tempesta emotiva fatta di compiti e doveri, di gente che ogni giorno arriva e si perde, di nuovi affari e nuove proposte, di giorni che si fanno sere e via via fino a completare un tempo che a tutti è dovuto, ma che a nessuno è regalato.
Un artista con le sue immagini arriva al cuore di ognuno, non lascia mai solo la propria interpretazione, ma si fa portavoce di un pensiero comune, esprime se stesso e nello stesso tempo racconta un momento intimo che riesce poi a condividere con l'esterno, è un continuo mostrare e mostrarsi.
Nelle immagini si ritrova l'artista, ma pure un po' di noi, noi spettatori.
Un'opera di Pablo Picasso é indubbiamente un'opera di Pablo Picasso, per stile, segno, colore, modo di esecuzione, così come per Marc Chagall o per Lucio Fontana, Giotto sarà sempre Giotto così come Michelangelo sarà sempre Michelangelo, perché le loro opere sono le loro immagini, sono i loro cassetti aperti, le loro ciliegie che riempiono gli occhi prima e la bocca poi.
Capita lo stesso con le opere d'arte, prima ci si riempie gli occhi, si guardano le forme, i colori, le pennellate su una tela, i segni in una scultura, i suoni di una voce che parla, poi ci si riempie la bocca con altrettanta dovizia e allora, solo allora, le parole escono, anche quando si sta muti e non si può far a meno di parlare, perché il silenzio è già una forma di comunicazione, col silenzio le parole dettate dagli occhi escono poi meglio.
Diffidare di chi parla parla e poco ascolta o poco vede, perché riesce solo a guardare se stesso e mai oltre, le parole non sono mai sincere e sentite, anche chi produce arte senza anima, senza colmare gli occhi alla fine ingurgita parole non richieste, parole non mai espresse.
Le ciliegie più buone? Quelle lavate sotto il rubinetto dell'acqua in giardino dal mio nonno, fresche e desiderate perché provenienti direttamente dalle sue mani, le più rosse e le più gustose perché regalate con gli occhi, conservate con il cuore, ma soprattutto donate.
Le opere d'arte più buone? Quelle desiderate e provenienti dagli studi d'artista, dagli atelier, dai garage, dalle stanze che sanno di sogni, derivate direttamente dalle mani di chi ha creato, le più indimenticabili e gustose perché regalate con gli occhi, conservate con il cuore, ma soprattutto donate.
La fame d'arte non si placa poi, spinge l'uomo a volerne ancora, ancora e poi ancora, perché di occhi che si aprono ogni giorno e di bocche che si riempiono c'é sempre bisogno e l'arte, gli artisti e le opere stesse sono come il vecchio detto per le ciliegie, una tira l'altra, ancora, ancora e poi ancora...
Massimiliano Sabbion
 

Friday, March 24, 2017

La passione che tutto (s)muove. Il proprio credo da esprimere


 
Ogni passione porta sempre con sé la voglia di analisi, di curiosità e, soprattutto, la necessità di poter esprimere ciò che si sente, indifferentemente se ci sia il plauso o meno del pubblico.
Quello che interessa davvero è continuare a discapito di tutto e tutti, si, continuare a parlare serve poco, conta invece coltivare le proprie passioni, il proprio credo.
Nessuna aspettativa, nessuna ricerca di approvazione, nessuna certezza se le cose che si compiono siano quelle più giuste da intraprendere, ciò che più arriva al cuore è la pura convinzione che senza passione non si realizzano né sogni né certezze.
Non importa che si faccia l’artista, il ballerino, il cuoco, l’assemblatore di puzzle, il collezionista di reperti, la cake design o qualunque altra attività, ciò che davvero è fondamentale rimane lo scoppio creativo più che lo scopo.
Credere nelle cose significa non arrendersi mai, non abbattersi e guardare in faccia se stessi prima che le approvazioni dipinte sul volto altrui, l’odore del successo può inebriare e confondere, ma alla fine i conti si presentano sempre: si è felici con le scelte fatte?
Prima di morire di AIDS il ballerino Rudolf Nureyev scrisse “Lettera alla danza”, una dichiarazione d’amore per la sua vita, senza rimpianti, senza vergogna, senza bisogno di giustificare null’altro che la sua passione, la danza, responsabile della sue scelte, delle sue lotte e della sua formazione come uomo.
Le sue parole dicono molto, fanno scaturire la bellezza di chi ha votato la sua esistenza all’arte stessa, senza mai scadere nel ridicolo, ma lottando e credendo con forza nell’unica cosa che ogni giorno gli procurava piacere, diventando poi essenziale come l’aria che si respira.
“Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.
(…)
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita.”
Nella quotidiana ricerca di sé capita spesso di imbattersi in persone che lottano ogni giorno con le difficoltà proposte dalla vita che, piccole o grandi, distraggono dalle vere passioni e obiettivi proposti, ma la passione vince su tutto e non importa se ci si ritrova a combattere con i figli da mandare a scuola con i compiti da svolgere, con il pranzo e la cena da preparare, le password d’accesso per entrare in rete, un lavoro da commessa o impiegato che serve a sopravvivere…
E sempre più le frasi di insoddisfazione si accavallano e si scorda o accantona la passione che, allora, vera passione non è perché se una cosa la si vuole si lotta per conquistarla, si fatica, ci si mette in gioco, si molla tutto e si ricomincia, non si colpevolizza né troppo se stessi né gli altri specie quando al mondo esterno si dà la colpa di tutto.
Rudolf Nureyev lavorava nei campi prima di danzare, Nicolas Cage vendeva popcorn in un cinema, Sean Connery invece era un bagnino, Julia Roberts lavorava in una gelateria, Stephen King ha un passato da bidello, Mick Jagger operava come facchino in un ospedale psichiatrico, Rod Stewart faceva il becchino al Cimitero, Tom Waits lavorava in una pizzeria, Vincent van Gogh commesso in una libreria e predicatore religioso.
Tutto per seguire, mille lavori o impieghi servono solo per tamponare la vera natura per il quale si è nati e portarti, ci si adatta, ma non si scorda quello che fa si che ci si svegli la mattina con la voglia di continuare a provare e riprovare, nutrendo la propria vita.
Si persevera, si combatte, si crede nella passione che fa fare cose inimmaginabili e impensabili, sopire ed arrendersi significa non averci creduto abbastanza o forse la passione che si pensava di avere non era davvero così forte come si credeva.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, March 21, 2017

L'arte è una questione di pelle, epidermide di emozioni


 
"La cosa più profonda di un uomo è la pelle"
(Paul Valery) 

Una sensazione. Quando qualcosa si insinua e piace o, al contrario, si allontana invece dai nostri piaceri la prima ad assaporarne l'impatto è la pelle, come? Con un brivido o una percezione di calore diffuso che si pone tra l'esterno e l'emozionalità del vissuto, il nostro corpo.
L'arte è così, come la pelle, dà i brividi, è il limite tra esterno ed esternalizzazione, l'arte è la pelle su cui si indagano le sensazioni, la critica di sé, la storia, dove si gettano le basi future senza scordare di guardare indietro.
L'arte è il confine, la pelle è il confine.
La pelle è il luogo di contatto tra l'uomo e il mondo, l'arte è il luogo di contatto tra l'uomo e il mondo.
La pelle è quel punto che si incide di emozioni, su cui il pensiero lascia le sue tracce.
L'arte è quel punto che si incide di emozioni, su cui il pensiero lascia le sue tracce.
La differenza non c'è, non esiste discordanza tra arte e pelle, entrano e si insinuano e continuano a far parte per la vita, difficile poi togliersi la pelle dal corpo, così l'arte, difficile togliersela di torno.
Si possono fare mille altre cose nella vita, si può sopravvivere in un call center, lavorare come commessi in un negozio, recitare in una fiction e avere una diversa visibilità, ma l'arte reclama e ritorna prepotentemente a bussare alla porta per entrare.
Come la pelle, la si può maltrattare e odiare, violare, mordere, graffiare, ma lei ci segue e rimane la traccia visibile della vita di ognuno, è un'impronta che segna ed identifica chi siamo.
La pelle, lo strumento percettivo ed ematico per eccellenza, la pelle che si lava, si nutre, si protegge, si tocca, si accarezza, si odora, si copre, si scopre, si sfoglia, si rigenera, si assaggia.
Ci si confonde nella pelle, trasmette quel calore che riscalda, si modella e si imprime sul corpo, trattiene il colore delle carni, apre i pori al piacere.
La pelle gela e trema fra i sudori.
La pelle è stata ed è la ricerca di molti artisti contemporanei perché è l'esplorazione dell'interiorità e dell'emotività, è un momento di incontro tra l'espressione creativa e la sensazione che se ne ricava, opere inscenate da Marina Abramovic, Vito Acconci, Matthew barney, Joseph Beuys, louise Bourgeois, Marcel Duchamp ne sono solo l'esempio.
Arte e corpo, arte e pelle, tra la tecnologia e la carne, tra la dimensione privata e la comunicabilità con il mondo, tra segni e disegni, tra il divenire e il rigenerarsi, la pelle è lo strumento primario dell'arte contemporanea.
La pelle diventa la superficie che subisce gli effetti delle mode, delle influenze e della influenza estetica, del glamour, con innesti, tatuaggi, piercing, deformazioni, la pelle assorbe il ciclo vitale del mondo.
Paesaggi umorali identificano la pelle, un delicato soffio che diventa sensore di tutti gli stati umorali ed emozionali più profondi, la pelle è un contenitore di pulsazioni che non si riescono a trattenere come il respiro e il battito cardiaco, la pelle suda e si raffredda ed è l'indicatore delle percezioni.
L'importanza di velare o svelare un corpo diventa l'esigenza per porre l'attenzione sul significato che si fa ricerca nell'arte di artisti come Franko B, Gilbert & George, Yves Klein, Orlan, Yoko Ono, Gina Pane, Cindy Sherman, Araki, Francesca Woodman.
La pelle è la parte che identifica chi siamo, la si può segnare e costringere, colorare, modificare, ma ritorna a galla in fondo la sua forma originaria, anche se rinnegata o tralasciata, avviene la stessa cosa per chi si arrende e accantona l'arte: non si cambia, non si modifica, non si sopisce l'arte, si vive e si cambia, ma non si scorda l'amore che è inciso dentro la pelle, oltre l'epidermide, è lì che si trova il senso della passione e dell'arte, nell'anima.
Massimiliano Sabbion